Si può parlare di un pittore senza mostrarne le opere? Ha senso? Che senso ha?

Eppure a questo costringe l’assoluto riserbo col quale, non solo in vecchiaia, ma anche in giovinezza, Ugolini ha condotto la propria vita.

Sul web nessuna riproduzione. In una epoca come la nostra sembra incredibile per chi, come Ugolini, è stato uno degli artisti più noti e gettonati, quanto meno in un certo periodo storico (gli anni sessanta e settanta) della pittura informale ligure.

Di lui tutti ricordano le sue doti di maestro, insegnante, scopritore di pittori, maestro di Moronti, Defilla, Rocca e di tutti coloro i quali in quel pezzetto di mondo incantato che è la Liguria hanno lavorato occupandosi, a vario titolo di pittura.

Uomo riservato, schivo, silenzioso, oppresso forse da una voce insicura, ma non per questo meno chiara e sintetica nel dire e nel tacere.

Fece poche mostre e anche di quelle poche non era mai soddisfatto, né del luogo, né, tantomeno delle sue opere.

Andai con lui a vedere una mostra di Cezanne e mi indicò fisicamente il movimento in levare tanto importante in pittura quanto in musica.

Con me, con noi, con la nostra famiglia, non parlava mai di pittura se non per incoraggiare o per segnalare che per certe strade non si andava più avanti.

Per lui, come per tutti i grandi, la pittura era soprattutto vedere, osservare, riflettere e i suoi quadri si nutrivano di sospensioni, di slanci e abbandoni, di forza e di debolezza.

Rocca, che come ho detto ho incontraro sabato ne ricordava per me, per noi un anedotto che la dice lunga sull’uomo, sull’essere intimamente pittore: stava buttando un quadro, Rocca glielo chiese, gli sembrava un peccato, Ugolini accettò. Nelle settimane successive frequentando lo studio di Rocca, Ugolini rivide il suo quadro e gli disse che non era male, ma che non era finito. Rocca gli chiese di firmarlo e lui, Ugolini, accettò ancora una volta. Firmò e tra parentesi annotò: non finito. Altri giorni. Altre settimane. Stessa scena. Ugolini chiese di nuovo di vederlom meglio, il suo quadro esposto nello studio di Rocca e, osservandolo meglio, aggiunse alla nota precedente un punto interrogativo: non finito?

Questo era Ugolini e questo sono molti pittori, forse tutti. Insicuri, insoddisfatti.

Si dice che Cezanne non accettò di mostrare nulla di sé se non in vecchiaia. Non era pronto. Forse anche Ugolini in cuor suo si sentiva così, oppure, anche, sentiva la leggerezza, la vacuità e quindi l’essenziale importanza della vera pittura, di quella che campa d’altro, di scuola, di insegnamento, di banche, di industria, di commercio, di illustrazioni, ritratti, architettura. Questa è pittura? Nei fatti si direbbe proprio di sì.

Per Ugolini, per Vittorio, peccato davvero che si debba vivere di ricordi e non si possa, almeno, tramite la rete, averlo sempre presente sul proprio video ed anzi peggio, ché cercandolo salta fuori un altro Vittorio Ugolini pittore che più lontano, umanamente e intimamente, non potrebbe essere dal nostro.

Annunci