Sabato sera sono andato a trovare Mario Rocca. Era la prima volta. Di solito lo incontravo per Chiavari, la domenica, a passeggio con Vittorio Ugolini.

Rocca lavora in un studio basso e freddo, pieno di pittura e di cose, dischi, cd, due poltrone e un sacco di ravatti, come direbbe un chiavarese doc.

Le sue opere a dispetto del freddo sono calore, luce, potenza.

Dicono, chi se ne intende, che sia partito dall’informale di Ugolini, da quella esplosione del dettaglio di luce che poi è stato (ed è) il cavallo di battaglia di Sturla, ma, a dir la verità, in lui la figura non è mai scomparsa, il dettaglio paesaggistico mai assente, qualcosa sempre si intuisce della forma, solo che esse si è disciolta, spesso, quasi sempre, nel colore e negli ultimi da questo ultimo, dal colore ne è stata violentata, un po’ alla maniera di Vedova, un po’ riecchieggiando un po’ Afro, ma sempre, sempre, però, senza che tale violenza sia arrivata all’estremo, alla dissoluzione completa della forma.

Questo suo ancoraggio alla figura e in ispecie al corpo umano, fatto ruotare, incastrare, visto da dietro e da davanti, da dentro, quasi, verrebbe da dire, oggi dovrebbe premiarlo, oggi che la figura e il figurativo sono tanto tornati alla moda.

Solo che in lui è completamente assente la facilità dell’illustrazione fumettistica, l’eco della pubblicità e della marca, cosìcché le sue figure vengono avvertite, spesso, come fantasmi, come presenze irreali, concetti, più che persone, idee, più che amanti (o piangenti) e con tale percezione, oggi che tanti cascano nella riconoscibilità, nella facilità interpretativa del segno, la sua pittura continua il suo percorso un po’ defilato, appartato, intimo, (contraddicendo in questo spesso l’urlo dei rossi che per natura sono esplicitamente pubblici.)

Forse per questo, per questa sua natura intima, interiore, ultimamente ha abbandonato il rosso e sta lavorando sui bianchi, sul bianco su bianco, che meglio si attiene alla intimità della sua riflessione pittorica.

Perché di pensiero, questo è certo, le opere di Rocca ne hanno parecchio, di pensiero e di lavoro e in questo e per questo non possono che essere per un pittore una festa degli occhi.

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