Conoscevo un pittore, barbuto
e confuso, affamato sempre di
tutto: teneva in un suo manuale
la fotografia di un angelo,
futura sposa di chissà chi. Lui,
lui si preparava con calma,
esercitando il cuore e
la mano tra i boschi di Salzburg.
Nel silenzio basso degli
alberi, occhi grandi di
cerbiatto mi osservano.
Vorrei avere quegli occhi, gli
occhi chiari di Grazia, che entra
cantando in casa mia e dolce
beve caffè. Nel Das Kafé noi si
beveva del porto, spiando gli
specchi illuminati e giocando
a scacchi sui tavolini di
pietra. Claudio era, bianco, il
re. Io, da quella volta, decisi
di farmi crescere barba e baffi in
onore dei miei ventanni. Non
tornerò mai più così. Si è
persa in me l’adolescenza
del mondo e chi mi guarda mi teme,
sospetta. Mi chiesi e mi richiesi
e ora lo chiedo alle stelle,
cosa significa essere uomo,
un bambino mi passa
accanto, sparandomi
col fruscio delle labbra,
ma non giunsi mai oltre il castello
strozzato di Rapallo. Poi il nonno
morì, spossato dalla lunga,
tagliente attesa. Io piansi
come non so più piangere. Così
persi Dio e il nonno insieme.
Li ritrovai ad Amsterdam, negli
impossibili sapori di un
Gauguin: vivere là, nei
colorati angoli
della nostra mente, abbracciati
dal caldo d’un mare, zoppi anche
noi, come chi è stato segnato
dal cielo. Lottare con Dio è
difficile, ma doveroso:
Le sue braccia grandi ci affossano
nell’acqua densa d’un fiume, dove gli
occhi e la bocca non servono e
lLa morte viene spaventosamente
muta, dalla mancanza. Si giunge,
così, ogni volta più in basso, nei
cupi, pesanti, frastuoni della
solitudine, cercando di
spostare le cose e farci
largo, per poter respirare,
all’aperto, al cielo, dove
né tavoli, né letti ci possono
contenere, ma solo le braccia
di Dio ci sfiorano, col sorriso
naturale d’un vento. Questa
è resurrezione.

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