Oggi il Corriere della Sera (ma non la sua versione online) dà conto di una mostra a Cremona che presenterà la cosiddetta Suite 347, ovvero le 347 incisioni che Picasso produsse nel 1968.

Sono spesso a carattere erotico, ma spaziano anche e soprattutto su un tema carissimo a Picasso in vecchiaia, quello della relazione tra vedente e veduto, tra chi guarda, osserva, interpreta e modello, cosa o persona guardata, realtà da vedere e interpretare.

Leggendo l’articolo mi sono chiesto cosa rimane di Picasso oggi, al di là del continuo stupore per la forza espressiva di chi aveva doti tecniche tali che avrebbe potuto permettersi dormire sogni tranquilli di ritratti, marine, gruppi di famiglia e che invece, proprio per quella forza, a quel destino, così comune a molti anche grandi e grandissimi, si è sottratto con la naturalezza del genio della pittura.

Cosa rimane?

Rimane l’importanza del segno? L’importanza del tratto?

Rimane la libertà del colore?

Rimane la forza espressiva sempre ricercata al massimo livello, pur non scandendo mai nella provocazione e nel turpiloquio?

Il Corriere cita una sua frase che negli anni mi era sfuggita, là dove pare abbia detto che non si finisce mai di dipingere, che la pittura non è mai finita e che le opere si lasciano per stanchezza, affaticamento e noia non perché le si possa considerare finite.

Da questo punto di vista Picasso non ebbe mai fretta. Non ricordo una sola sua opera che mi abbia dato l’impressione di “non finito”, sia nel senso per me deteriore del termine come spesso, per esempio, in Schifano (come ho scritto qualche tempo fa), né nel senso sublime dell’ultimo Tiziano. Le sue opere sono sempre portate ad un livello al quale chiunque le avrebbe considerate finite, complete, autonome.

Quello dell’autonomia nell’arte, nella cosa artistica prodotta è un fattore importante. Le opere devono essere autonome, devono poter vivere di vita propria, devono avere una intelligenza, una bellezza, un carattere autonomo rispetto al loro autore e quelle di Picasso lo sono sempre.  Lo erano già nelle prime opere di quando era bambino (ricordo un paesaggio con le colline di Malaga in giallo intenso dipinto nella primissima adolescenza di una bellezza e completezza straordinaria), lo sono state quelle della giovinezza e della maturità, lo sono queste ultime esposte a Cremona.

Picasso è stato il Michelangelo del novecento, come dice il Corriere, o il Maradona della pittura, come prosaicamente dico io. E’ stato la pittura, l’incarnazione della pittura, il suo modo d’essere, le cose che ha lasciato detto e fatto sono la pittura del novecento e non parlo solo di Guernica o del famoso e sempre citato “io non cerco, trovo”, ma parlo di tutto ciò che ha prodotto e detto, come, per esempio, la citazione sopra riportata.

E quindi chiedersi cosa rimanga della sua pittura oggi significa chiedersi, per alcuni versi, cosa rimanga della pittura del novecento.

Ecco, per me, solo per me, senza nessuna autorità o pretesa che lo stesso valga per altri, per me rimane la passione del vedere, dell’analizzare ciò che si vede e nel ritrarre con forza e decisione ciò che si è visto. La linea, il colore, l’unione perfetta tra le due, questo rimane.

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