Il locale era rosso, assordato
fortemente all’inizio da festosi
neri vocianti. Finiva tetro in un
Ich war hier, dove nessuno
volentieri sedeva. La
notte Rapallo si imbianca
d’agosto, illuminata da
fuochi: il castello strozzato
dal mare è bianco di risa. Noi
si giocava a scacchi, sul tavolino
di pietra, nei confusi colori della
allegria. Il fumo dormiva pesante
nelle tasche. Atmosfera grigia
di chiacchiere. Fisso negli occhi
sfacciato una bruna stupenda,
mentre insegno, a lei e al suo
uomo, l’antico gioco dei dadi.
Una spagnola dalle mani
mollicce mosse d’improvviso
la nostra regina ridendo.
Le labbra brillavano decise di
vino. I lupi scacciati cacciano
la preda cacciatrice. Fuori
forte e buio pioveva
Il castello grosso di
Salzburg. Eccitazione
e repulsione insieme
per l’avventura sempre cercata.
All’ombra del mare, infiliamo
con affanno le mani nella
scollatura e tra le cosce di
due sorelle vogliose. Altri
bicchieri invitammo a
sedere. Canti e vino
abbracciano sempre l’alba degli
occhi. Lampi rumorosi
di risate. La mani iniziarono
a cercarsi e gli scacchi furono
dimenticati. All’una, buttati
fuori, l’incanto cadde
nell’acqua tremante. Io
e Claudio, indecisi,
ordinammo ancora
la stessa allegria maliziosa,
rifugiandoci in un
locale sconosciuto.
Locale di lusso, silenzioso,
chiuso alla notte, alla pioggia.
Imbarazzati, chiedemmo un tè.
Lei bevve ancora, sempre, vino.
Parlava ormai molto, nella sua
lingua incapibile, e  noi si
rideva, nascosti dall’alcool e
dall’italiano. Annoiato, mi
siedo ad un tavolo. Tedesche
brillano nel buio. Un’amica
m’abbraccia ubriaca e sussurra:
quelle stronze cercano un cazzo!
Alla fine, fuggii. Ero ancora
bambino. Arrivai fradicio
al letto. Il sonno è la fine
d’ogni allegria. 

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