Si è da poco conclusa a Milano presso il palazzo delle Stelline in corso Magenta una lunga mostra che ha reso onore a Mario Schifano. 

897_small_schifano_piccola

Mario Schifano, si sa, è reputato uno dei maggiori, se non il maggiore artista italiano degli anni sessanta e settanta.

Autore torrenziale, nella sua vita ha prodotto tutto e il contrario di tutto, salvo, avrebbe detto De Chirico, pittura.

Ora è evidente che tra i due non poteva esserci stima, ma solo lontananza, disinteresse, tanto era l’amore dell’uno per l’accuratezza, quanto quello dell’altro per la frenesia, la brillantezza, la vivacità.

Il fatto che Schifano abbia spinto l’arte italiana verso una certa sprovincializzazione e, soprattutto, verso ciò che accadeva in America, piuttosto che verso l’Europa (pur ricordando che nella vecchia Europa negli anni sessanta Picasso era ben vivo e vegeto e Matisse e Mirò ben lontani dal tirare gli ultimi) è un segno dei tempi, più che una scelta personale.

L’arte della seconda parte del novecento è un’arte fortemente americana con qualche inserzione sassone e slava e Schifano nel suo vitalismo, nella sua naturale e intramontabile energia (ma anche nella sua ammessa e proclamata ignoranza) non poteva che guardare di là dall’oceano, da dove arrivava il verbo dell’idea sopra l’opera e dell’artista sopra l’idea, di quella via di fuga verso il pan-artistico che ha rappresentato e rappresenta la risposta più immediata e “naturale” alla invasione e supremazia delle tecniche (informatiche, digitali, computerizzate, ecc.) su ogni attività umana manuale.

schifano_dittico

Io fin qui non ho amato Schifano. Mi è sempre parso una scimmiottatura di Wahrol, di un espressionismo americano che si trasforma via via in pop art, action painting, sgocciolature, bandiere strappate, palloni da basket, plastica d’uso comune, ma e soprattutto nelle sue opere vi ho sempre visto, ahimé per me, solo il segno della fretta, della corsa, del non particolare, del chi se ne frega.

Certo che la notizia riportata da Arteeconomy che dal 1995 ad oggi 2.660 opere di Schifano siano state proposte nelle aste nazionali e internazionali non lascia perplessi solo per il volume delle tentate vendite (peraltro al 70% coronate da sussesso – un giro d’affari da almeno 20 milioni di euro!), ma anche e soprattutto perché ricorda, temo alla lontana e per difetto, la straordinaria capacità produttiva dell’uomo. Artista, Schifano, che evidentemente non seguiva la regola dechirichiana di un’opera alla settimana, ma la surclassava, la batteva in partenza, ai blocchi, senza bisogno d’arrivare allo sprint finale, dato che, calcolatrice alla mano, per produrre 2.660 opere (numero che certo non significa nulla, dato che nelle vendite una stessa opera può essere stata venduta e rivenduta più volte – ma è un segno, un esempio, destinato, come dicevo, da quel che si legge e si sente ad essere solo una approssimazione per difetto della sua produzione totale) seguendo la regola del sommo pittore, come amava definirsi il vate Giorgio, sarebbero occorsi 51 anni, mentre il ragazzo, Mario Schifano per sfortuna sua visse solo 64 anni e per suo stesso racconto fino ai venti passati fece, artisticamente parlando, flanella.

Insomma la mia impressione guardando i suoi quadri di fretta, di cosa buttata un po’ là così, forse non è alla fin fine del tutto sbagliata.

Per uno come me che ama Morandi, Burri, Fontana, una pittura fatta di pensiero certo, e di osservazione, di riflessione, di attesa, quella fretta non può che apparire sospetta. E mi chiedo: è di lì che bisogna andare? E’ da l’ che bisogna partire?

Annunci