Dieci giorni fa circa Baricco, noto scrittore italiano, ha gettato un sasso nello stagno, scagliandosi con raffinati ragionamenti, ma solerte e vigorosa determinazione contro il finanziamento pubblico di teatri di prosa e musicali.

Il ragionamento attraverso il quale Baricco è giunto a giustificare tale “modesta proposta” trova la su prima giustificazione in quel che si ritiene essere il primo scopo della cultura: determinare un accrescimento e un allargamento della cultura stessa presso le classi sociali meno abbienti.

Che questo sia uno scopo nobile non c’è dubbio. La nostra capacità di superare le insidie che il destino ci propone, siano esse sociali, civili o naturali, dipende in massima parte dall’intelligenza media che ciascun popolo può mettere al servizio.

Spesso ci si dimentica che al di là del piacere estetico e della necessaria salvaguardia dei propri valori tradizionali la cultura ha il compito di creare le migliori condizioni possibili al migliore e più celere sviluppo scientifico.

Da questo punto di vista la battaglia tutta italiana e latina tra umanesimo e scienza è una assoluta corbelleria: l’uno serve all’altra e la seconda senza il primo si sviluppa più lentamente e “male”.

Baricco per servire questo scopo propone, in epoca di risorse economiche calanti, di tagliare i fondi alle istituzioni musicali e ai teatri di prosa per finanziare di più e meglio la scuola e, udite, udite, al televisione.

Credo che se si fosse limitato alla prima, la scuola, le proteste sarebbero state minori, ma aver incluso la televisione come soggetto degno di ulteriore finanziamento (oltre al canone e alla pubblicità) ha fatto sorgere nella maggior parte degli addetti ai lavori la certezza che si fosse di fronte ad un provocatore senza altro scopo che quello, per l’appunto, di provocare.

Infatti, è stato tutto un concerto di voci e insulti contro la proposta e il suo autore. Il più tenero è stato Scalfari, che ha ricordato a Baricco di fare il proprio mestiere.

Ora, a me pare, nella mia modesta intelligenza, che se la proposta baricchiana (orribile a dirsi e, anche, a scriversi) si fosse accompagnata al necessario corollario (o fosse stata, al contrario, la naturale conseguenza di una doverosa premess) di abolire la televisione di stato simil commerciale, essa sarebbe stata largamente condivisibile. Così come avanzata suona come dar da bere ad un ubriaco: inutile e financo pericolosa.

Certamente da pittore mi sono sempre chiesto (ed anche offeso) perché solo alcune attività culturali fossero aiutate dalle finanze pubbliche. La risposta che cinema e teatro sono le più complete e che necessitando di scrittori, tecnici, sceneggiatori, costumisti e scenografi per quella via in realtà si finanzino movimenti artistici ben più ampii, mi è sempre parsa, come dire, parziale, di parte, partigiana. Perché se anche quel ragionamento fosse vero, è altrettanto vero che la ricerca pittorica non si fa progettando fondali per film o commedie, così come la ricerca poetica o lo scrivere romanzi, novelle, drammi, tragedie non può sempre essere fatta al solo scopo di poterne ridurre opere filmiche o teatrali (come invece si fa in larghissima parte oggi con i risultati letterari che conosciamo).

Quindi, da partigiano, dico che Baricco come minimo pone tutti gli artisti e tutti coloro che si occupano di cultura sullo stesso piano e da questo punto di vista essa è meritoria.

Non avrei alcun dubbio se si cassasse la parte televisiva, ché tagliare il più possibile i fondi oggi destinati a pioggia a vari teatri e teatranti e concentrarli su una scuola migliore, più ampia nei contenuti e negli orari sicuramente permetterebbe di raggiungere entrambi gli scopi sociali della cultura: allargare e accrescere la consapevolezza culturale della gente e il mantenimento e il miglioramento delle proprie tradizioni culturali.

Infatti, corsi scolastici sia teorici che pratici più diffusi permetterebbero a scrittori, pittori, ballerini, attori di approfondire le proprie ragioni soggettive e, intervenendo come docenti, diffondere la propria arte, peraltro creandosi gratis quel che gli economisti chiamano un proprio mercato captive, ovvero, detto in italiano, farsi conoscere da un pubblico sempre più vasto e sempre, per definizione, giovane.

Oltretutto agli artisti, quelli veri, il contatto continuo con i ragazzi non potrebbe fare che un gran bene.

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