Leggo stamani due articoli sul Corriere della Sera. Uno è un lungo pezzo di Rushdie (di cui dà conto anche Corriere.it) che, parlando d’altro, critica apertamente il film con “irrealistico”. L’altro è una intervista online alla saggista e scrittrice indiana  Arundhati Roy, anche lei parzialmente critica verso la pellicola.

Entrambi sostengono che il protagonista del film non poteva essere, psicologicamente, culturalmente e sociologicamente, un indiano, per di più proveniente dai ghetti di Mumbay (ieri Bombay). Il protagonista parla troppo bene inglese e pensa come un inglese, e, per di più dice Rushdie, il film geograficamente balzella e saltabecca a destra e a manca nell’enorme continente indiano.

In realtà l’articolo di Rushdie si occupa d’altro. Si occupa di traduzione, di adattamenti, di rifacimenti filmici, soprattutto, di libri, segnalando quanto una traduzione sia sempre e necessariamente un’opera nuova e diversa rispetto all’orginale. Nel caso del film, però, il suo giudizio è il medesimo: pessimo il libro e pessimo il film.

Senza voler giocare di malizia, pensando che Rushdie protesti perché Hollywood non ha mai scelto nessun suo libro come spunto per un film e che di conseguenza utilizzi questo caso per mettere in evidenza come i suoi sì che sarebbero dei libri “validi” da cui trarre ritratti dell’India odierna (o, meglio, forse dell’essere indiano e musulmano), sicuramente il film peccava e pecca di un certo buonismo. Dicevo che è una fiaba e che è declinato nei tempi e nei modi del “levare”, della leggerezza, cosa che a noi occidentali piace in generale e in particolare nel caso dell’India, dove il principale motivo addotto da alcuni per non visitarla è il tremendo impatto con la sua povertà, la sua sporcizia, la sua “troppa” gente. Non per niente la meta preferita è il nord (mostrato anche dal film), meno popolato, più ordinato, desertico, pulito.

C’è quindi un’India buona che noi occidentali vogliamo vedere e una brutta e cattiva sulla quale vogliamo sorvolare? Forse, ma il punto è: il film ce ne mostra una sola? A me non pare.

In ogni caso, che l’India al contrario necessiti un tempo greve e pesante può essere.  Così risulta dalla lettura dell’intervista alla signora Arundhati Roy sul Corriere, che pur criticando molto meno il film ed anzi giudicando che è stato “girato in modo splendido”, avverte che l’India è sull’orlo di una guerra civile. Dice, infatti, che l’India è ad un bivio: «Da una parte la freccia indica Giustizia, dall’altra Guerra civile».

Sicuramente sarà così e sicuramente l’India del Millionaire è un’opera da cartolina, ma ciò non toglie che l’immagine che noi occidentali abbiamo di quel paese è molto simile a quella ritratta dal film e di questo gli indiani, se vogliono, dovrebbero tener conto, tenendo anche conto che l’immagine che ne abbiamo, ripeto, non mi pare parziale, non è “da studios”, dove la vita è bella, buona, santa e abbondante (come ancora oggi in molti film americani), ma che è un curioso e spiazzante e crudele mix tra l’una cosa e l’altra. Quel che emerge dal film, però, è la forza straordinaria dell’India nel muoversi velocemente verso la cultura occidentale, verso l’industria, i centri commerciali, le Down Town e se questo non è vero, allora è tempo che qualcuno ci faccia vedere la vera India, ce la faccia toccare, annusare quasi, come il Millionaire ha fatto.

Perché se è vero come è vero che il mondo è globale e noi dobbiamo integrarci, allora conoscerci, conoscerci bene, a fondo, senza stereotipi è importante, vitale. L’India del Millionaire sembra conoscere l’occidente abbastanza bene e noi loro?

Se in questo il film ha fallito, allora ne facciano altri, raccontando storia altrettanto accattivanti, ben scritte e dicendoci la verità. A me, da occidentale, come a molti altri occidentali, è sembrato un bel film su un’India vera.

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