Ieri sera ho conosciuto Luigi Cassinelli, pittore.

Stavo visitando la sua mostra alla galleria Busi di Chiavari. Era tardi, stavano chiudendo e nella galleria eravamo rimasto solo io e lui. Aveva voglia di chiaccherare, di parlare della sua pittura.

Genovese di nascita, ma chiavarese da sempre, Cassinelli ha condotto una vita professionale parallela alla pittura, come creatore ed inventore di piccola oggettistica da regalo, ma, ma nel suo studio, nel suo ufficio, mi diceva, il cavalletto e gli attrezzi da pittore sono sempre rimasti.

Finita la giornata lavorativa, o nelle pause della stessa, lui dipingeva, schizzava, disegnava.

“Mi sono sempre considerato un pittore prestato alle attività economiche.” mi ha detto.

La sua pittura ha seguito l’evoluzione della pittura italiana, con ottimi risultati nell’inserimento delle figure umane in un quadro di riferimento informale. Fantasmi, persone, alberi, piante, bastoni, piegati al colore e dal colore.

Le sue cose migliori, forse, sono le piccole opere su carta, dove la spontaneità e la forza del tratto emergono con grande evidenza.

Poi, più tardi, l’informale si è sposato e si è rafforzato con un certo gusto per il materico, producendo salti di piani di colore dal vago sapore alla Burri, o, meglio, la cui lezione prima può forse essere tratta da alcuni tagli di Burri, solchi, ferite, con rossi violenti che saltano fuori dal quadro e dalla materia, come carne viva scoperta.

Ma la lezione più importante che ha da offrire questo signore dagli ottantanni suonati è certamente quella dell’amore per la pittura, pittura che lo ha accompagnato e che ha reso la sua vita bella, piena, interessante.

Farsi accompagnare dalla pittura, lasciare che essa occupi spazio e tempo e pensiero (molte sue opere si vede chiaramente sono state a lungo meditate) è medicina preziosa al passare del tempo.

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