Il Corriere in stampa oggi (sul sito non ne ho trovato traccia – colpa mia?) dà notizia, ampiamente, d’una mostra che si terrà a Catania nella sede della Fondazione Puglisi Cosentino dal titolo Costanti del Classico nell’arte del XX e del XXI secolo. La mostra, per inciso, si terrà dal 22 febbraio al 29 giugno ed è sicuramente una bella occasione per visitare la città.

Nel dare questa notizia, il Corriere pubblica anche una intervista ad uno degli artisti in mostra, Jannis Kounellis, greco di nascita, romano di cittadinza e cultura.

Kounellis viene sempre associato al movimento arte povera. Incontrai, incontrammo, forse per la prima volta, un’opera di Kounellis al Castello di Rivoli. Non ricordo il titolo. Si trattava di una installazione di numerose mini bombole di gas da campeggio situate per terra lungo i muri di una delle sale del museo, con annesso e relativo tubo di gomma nero (le bombole erano rigorosamente azzurre – come sono naturalmente in commercio) che veniva alzato fino ad un sostegno dal quale penzolava il cannello del gas accesso. La fiamma che ne usciva era gialla all’inizio, vicino alla bocca del cannello, e azzura dopo. La stanza era invasa dal rumore sibilante del gas che usciva con grande potenza e veniva bruciato. La stanza era relativamene buia, illuminata, poco, da queste fiamme.

Cosa volesse dire, esprimere, sollecitare l’artista? Non so. So che l’arte povera aveva il compito, s’era presa la missione di sottolineare come si potesse fare arte con ogni cosa, bombole del gas comprese. Certamente il paesaggio, il risultato era post industriale, post bellico, direi. Il rumore di fondo, le fiamme azzurre, le bombole, il concetto di gas che inevitabilmente dice certo casa, ma anche veleno, morte, maschere, campi prodceva un effetto indelebile nella memoria, tant’è che ancora oggi chi lo vide se lo ricorda.

Ma non è questo ciò che volevo segnalare di interessante sul Corriere oggi. Ciò che volevo segnalare erano due domande e due risposte.

Domanda: “Lei ha portato in una galleria cavalli vivi, pappagalli, quarti di bue, dunque più che la classicità sembra aver particato la trasgresssione.”

Risposta: “……Accadeva quarantanni fa e consideravo normale l’uscita dal quadro: lo so che appariva eccessivo, ma portava un segno di equilibrio e dava una visione sulla figura dell’artista. …..”

Altra segnalazione:

Domanda: Lei è già considerato un maestro: è questa la felicità per un artista?”

Risposta: “Non lo so. So soltanto di essere un pittore che la mattina si alza e prova a sedersi davanti ad uno spazio vuoto che sente di dover assolutamente segnare: ….. . Io spero solo che il mio lavoro abbia una sua grazia.”

La prima segnalazione conferma quanto dicevo altre volte. Alcuni movimenti artistici del novecento hanno reagito alla sfida tecnologica e culturale con una rivendicazione identitaria: io sono l’artista. La cosa più importante è l’artista, prima ancora delle opere. Quando Kounellis dice che “voleva dare una certa visione dell’artista” credo intenda questo.

La seconda segnalazione riguarda il mestiere del pittore, mestiere nel quale l’obbligo, la necessità, si mescola alla speranza, alla speranza che quanto uno fa goda di una “sua grazia”.

Non credo che Kounellis abbia usato la parola grazia in senso religioso, ma ne sottolineo la possibile interpretazione, come dire, freudiana. La Grazia è uno stato che il Signore Dio nostro dà (o non dà). Non è bellezza, non è eleganza, termini che credo più simili a quanto volesse intendere alla lettera Kounellis, ma è Grazia, stato eccezionale, eccezionalmente vicino, prossimo a Dio.

Speriamo.

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