Da qualche parte leggo:

“Mi interrogo sul come, quando e perché si sia reciso il rapporto con la pittura e se ci sia oggi effettivamente la possibilità di ricostruirlo. La mia pittura è sospesa, dunque, tra il tentativo di dipingere un quadro e l’effettiva possibilità di realizzarlo.” Angelo Mosca.

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Questa citazione mi colpisce. E’ quanto sto dicendo anche io. Anche io rifletto e mi chiedo perché si sia rescisso il rapporto con la pittura.

Non conosco Angelo Mosca. Vedo che la sua pittura è pittura che sta tra disegno e coloritura, tra illustrazione e storia dell’arte, tra Rockwell e De Pisis, colori e leggerezze che sanno di Venezia e tardo impressionismo.

E’ pittura leggera e profonda come possono essere, se uno è capace, tutte le immagini colte nell’attimo.

Ma ciò che colpisce è questa comune domanda: perché e dove si è persa la pittura, la tela, la carta, la matita, i pennelli, il colore?

Questa comunanza ci rende vicini, anche se il sig. Mosca è pittore sul serio e io pittore per finta?

E’ strano sentire assonanze, trovare compagni di viaggio, specie ai margini della grande fiumana?

Non lo è. Capita. E’ frequente, ma ne sono contento lo stesso, come si è contenti quando si scopre che un malanno è comune, una stranezza condivisa.

D’altronde anni fa scrivevo:

Non esiste la singolarità nella visione
ma se si guarda bene tutto ciò che vediamo
è conforme alle numerose controprove
dei sensi sociali.

 O anche:

Con l’età impossibile
distinguere alcunché
se non il sordo rumore
della massa in lontananza.
Ciò che noi siamo, ciò che pensiamo
giudichiamo, facciamo,
si spegne nella media comune,
immagine nell’immgine,
contorta visione tra i vetri.

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