La Repubblica.it ci segnala la mostra dedicata a Renato Mambor che si terrà nei prossimi giorni a Napoli a Castel Sant’Elmo.

Mambor (Roma, 1936) è stato uno dei protagonisti dell’arte italiana anni 60′. Amico di Festa e Schifano, con essi ha condiviso il fascino per l’America e per una certa Pop Art.

Per comprenderne la poetica consiglio una visita al bel sito della Galleria Studio Soligo di Roma, che raccoglie interviste e analisi all’artista.

Nato come cartellonista, come dicevo, ha subito il fascino degli Stati Uniti, da un lato, e delle idee sessantottine dall’altro.

Stati Uniti che con Wahrol (anche lui di formazione pubblicitaria) si interrogava sui rapporti tra arte e pubblicità, tra arte e società di massa, tra arte e riproducibilità seriale.    frail20-renato20mambor

Di lì è poi venuta, paradossalmente, la fortuna dell’Artista, perché se l’opera d’arte è infinitamente riproducibile, ciò che rimane unico, irripetibile, è l’artista e le sue espressioni “momentanee”, “istantanee”, le performances e per certi versi (molto alla lontana) le installazioni.

Dico paradossalmente perché per un movimento che, come nota Mambor in alcune sue interviste, si proponeva di reagire alla “espressione” e alla “impressione”, all’idea romantica di un’opera d’arte che unica interpreta il reale e reagiva realizzando opere “in serie”, riproducibili all’infinito, standard, oggettivamente anonime (nel caso di Mambor le sagome umane e i ricalchi), l’aver portato al riconoscimento che l’unica “cosa” non riproducibile era l’artista stesso (anche la cacca dell’artista era riproducibile e vendibile in maniera standardizzata, come ci ha “insegnato” negli stessi anni Manzoni) è, credo, un esito, appunto paradossale e che forse necessitava di minor impegno intellettuale.

In ogni caso, senza spunti polemici, quelli furono dei movimenti che continuarono ad investigare sull’arte quale linguaggio, sul segno artistico come elemento semiotico, come già aveva fatto e continuava a fare a Torino, in maniera pittorica e a mio modesto parere con risultati di ben più alto livello, Capogrossi.capogrossi-livre

L’elemento in più rispetto a quelle ricerche sul segno stava appunto nella serialità, elemento artistico introdotto per la prima volta in musica all’inizio del secolo e che la pittura ha scoperto relativamente tardi, forse anche perché, mentre in musica il ripetersi di un suono, di una nota può creare e crea nuove sonorità, in pittura la ripetizione normalmente, se non declinata in chiave surreale alla Escher, crea solo vertigine, caduta di senso, negazione dell’immagine e quindi, in sostanza, una non immagine.

Oggi, da quel che si vede riprodotto via internet, Mambor è tornato alla pittura cercando di declinare una natura esterna ad un uomo estraneo alla stessa. Un uomo che guarda, grigio, dentro e fuori l’immagine, parte integrante del quadro e allo stesso tempo fuori dallo stesso.mambor

In mezzo, tra allora ed ora, tra gli anni 60′ e il 2000 tanto teatro, come si addice a chi è stato per lunghi anni il compagno di Paola Pitagora.

In sintesi quindi un uomo inquieto, degno d’esser studiato da chi voglia capire cosa sia stata l’Italia di quegli anni.

Io per me preferisco pittura, colore, segno, espressione, e credo sia tornato (e forse mai cessato) il momento di tornare a fondere arte ed artista, a far sì che l’artista si esprima solo attraverso la propria arte, con le opere, fatte certamente da gesti, i quali, però, se non diretti alla realizzazione di un tutto coerente, per essi soli rimangono tali, gesti, in questo per nulla migliori o peggiori, più o meno degni perché compiuti da artista di quelli invece fatti da chiunque di noi, artista o barbiere, medico o avvocato, mentre beve il caffé il mattino, taglia a pranzo la carne alla brace, scrive o dipinge. Gesti, null’altro. Artista, persona. Dignità, certo, di tutti.

Ciò che si eleva, forse, è quel che si fa, una volta finito. Quando poi un’opera possa considerarsi finita è un’altra storia, come diceva quel tale in Irma, la dolce.

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