Il mercato dell’arte al tempo della crisi, così titola l’Espresso del 26 gennaio dando conto di Bologna Arte Fiera.

Duecento gallerie, duemila artisti, numeri impressionanti.

Si dice che non è andata male, che il pubblico c’è stato e gli affari alla fine si sono fatti, anche perché, si chiosa, il mercato italiano negli anni scorsi non si era drogato (o almeno si era drogato meno rispetto ad altri mercati, in primis, pare, quello cinese) (cinese???) e quindi non ha avuto bisogno di lunghe cure disintossicanti.

Le gallerie italiane, comunque, si dice, di fronte al calo delle quotazioni non mollano e difendono i valori espressi in passato, perché, tra l’altro, è giusto e riguardoso nei confronti degli artisti, anzi in alcuni casi, come Lucio Fontana o Burri, le quotazioni sono salite e hanno raggiunto i loro record storici.

La domanda sorge immediata: difendono gli artisti o i loro tornaconti?

Perché io confesso che nonostante la laurea in economia e commercio ed un lavoro attiguo alla finanza  faccio fatica a capire questi movimenti e questi valori. E non parlo degli artisti poveretti deceduti e la cui produzione di conseguenza è nota, studiata, catalogata e sulla quale e sulla cui valutazione si può eccepire, discutere, litigare, ma quantomeno con la coscienza che l’orizzonte produttivo è finito, terminato, geschlossen, fermé e il loro tempo, la loro epoca pure è ferma, lontana o abbastanza lontana da poter essere capita, abbastanza capita. Parlo degli artisti viventi, di quelli per i quali qualcuno azzarda milioni di euro o centinaia di migliaia di euro per opere la cui qualità potrebbe verosimilmente essere superata in futuro o il cui senso e sentimento storico potrebbe con tempo rivelarsi errato, erroneo.

Giudicare un’opera d’arte, dare ad essa un valore che sia di gran lunga un multiplo del suo costo di produzione significa anche aver chiaro il suo posto nel quadro complessivo della produzione culturale di una epoca e con un “vivente” e con un “mondo che cambia” come si fa? Turner, un esempio per tutti, il valore degli ultimi Turner è maggiore o minore alla luce degli impressionisti? E lo era anche quando gli impressionisti non c’erano ancora stati?

E allora la logica per i viventi è sempre e solo quella delle figurine che ci si scambiava da bambini? Celo, manca? Ce l’hai un Enzo Cucchi del 1986? Noooo? Una collezione d’arte italiana senza un Cucchi del 1986 non è una collezione d’arte italiana!!! (Il maestro Cucchi mi perdonerà se ho usato il suo nome per questo strampalato esempio – avrei potuto usare qualsiasi altro – il fatto che il suo nome per primo mi sia venuto in mente è una conferma della sua notorietà)

O quella della Roulette e dello Chemin de Fer? Vincerà il rosso o il nero? Pari o dispari?

E’ così? Siamo al collezionismo più infantile e becero?

E poi, altra riflessione: a Bologna erano rappresentati 2.000 artisti, più o meno. Con una produzione anche solo DeChirichiana (il maestro dettò la regola aurea di mai più di un quadro la settimana, regola largamente disattesa da quasi tutti gli artisti italiani e non) (produrre, produrre, produrre, mantenendo una dignitosa qualità media, questo è l’ordine di scuderia della maggior parte delle gallerie italiane e non) significa che i soli artisti presenti a Bologna innondano la Repubblica italiana di circa 104.000 opere l’anno e contando una carriera artistica media di circa trentacinque anni siamo ad un “Gran Totale”, come recitava la mitica calcolatrice meccanica Olivetti da tavolo, di più di 3,5 milioni di opere immesse sul mercato da quei 2.000 artisti lì.

Tutte a 5.000 euro l’una media? Ridicolo, qualche mercante potrebbe dire. Troppo poco, per artisti già presenti alla grande Bologna Arte in Fiera. Comunque:  mettete voi il valore unitario che volete ed otterrete un numero con unità di misura “miliardi di euro”. Ragionevole? Dubbi? Domande? Questioni aperte?

Ora, e arriviamo al punto, sentir parlare dell’arte come di un mercato, esattamente come capita per i mercati dell’orzo, frumento, petrolio o yen è un qualcosa che fa impressione. Che bisogno c’è d’arte? Quale è la domanda, posto che mi par d’aver dimostrato che l’offerta è infinita?

La concorrenza perfetta? Studiate il mondo dell’arte. Beni diversi, unici, che soddisfano tutti lo stesso bisogno, la stessa domanda? O mercato degli schiavi (gli artisti noti) e degli illusi (quelli non noti)?

In altre parole, da un lato chiunque ami l’arte non può che essere contento che molte persone se ne interessino e molte ci campino su, dall’altro verrebbe voglia di applicare a tutta questa pletora di intermediari a vario titolo, critici e mercanti – tutti che parlano e discutono senza aver mai pensato in vita loro neanche per un momento a cosa possa significare, manualmente, “ritrarre il mondo” (perché questo l’arte in maniera, se si vuole, semplicistica fa) – quel che Altri applicarono ad altri mercanti, buttati fuori dal tempio per simile attitudine (pur se sicuramente molti meno denari).

In realtà io credo che tutto funzionerebbe e sarebbe accettabile se il mondo dei venditori (mercanti, critici et similia) accettasse la regola che fa sì che ciò che si compra è l’opera e non l’artista, ma, ahimé, dall’inizio del novecento in poi sempre più e sempre con maggior virulenza (e la televisione non ha fatto che moltiplicare il fenomeno all’ennesima potenza) ciò che si compra è la chiacchiera d’artista, lo sguardo d’artista, il suo sorriso, il suo giudizio, la sua presenza fisica più che le sue opere e i grandi artisti che vendono sono tali soprattutto nella capacità di gestire le relazioni con acquirenti, collezionisti, galleristi, critici e pubblico indistinto.

Come già domandato alla luna qualche tempo fa, ma se uno è capace a parlare, a relazionarsi, ad esprimere in pubblico con efficacia e chiarezza il suo sentire allora perché dipinge o scrive? Dipingere o scrivere non significa esprimere la propria visione sul mondo, su ciò che ci circonda? E oltre a mostrarlo sulla tela, sulla carta, sul foglio bisogna poi anche spiegarlo? E se uno è capace a fare quello, a spiegare, a spiegarsi per benino e a mostrarsi, siamo sicuri che sia capace di dipingere e scrivere altrettanto bene?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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