Sul Corriere.it la notizia che su Google Earth inaugura quel che enfaticamente definisce “un nuovo modo di vedere l’arte”.

8.200 foto ciascuno per comporre un mosaico di alcuni dei più bei quadri del mondo con una perfezione da 14mila milioni di pixel!

Prodigioso.

Questo pone a chi si occupa a vario titolo di arte varie domande, la prima delle quali è: che senso ha?

L’opera, ciascuna opera è certamente un insieme di particolari, il cui fattor comune però è la disposizione “artistica” del tutto, dell’insieme.

Avrebbe senso osservare una bella donna centimetro quadro per centiquadro di pelle? Avere mille occhi elettronici, che guardano e registrano, come capita durante le partite di calcio o in generale gli eventi sportivi, ha un senso perché lì l’evento è un movimento nel tempo e gli occhi aiutano a rivivere quel movimento, a gustarlo appieno, a far sì che non capiti quel che Cassius Clay diceva fosse successo all’epoca della sua prima conquista del mondiale di boxe: era stato così veloce nel dare il pugno fatale che in quel momento, in quel attimo tutti gli spettatori stavano sbattendo le palpebre e nessuno lo aveva visto, aveva visto quel pugno, men che meno il suo avversario.

In quel caso la telecamera aiuta, certo, l’occhio digitale è fondamentale.

Ma al di là di queste mie battaglie di retroguardia, la digitalizzazione dell’immagine è ormai una realtà consolidata e con la quale gli artisti devono confrontarsi.

Anche coloro i quali continuano, come me, ad usare pennello, spatola e matite.

Le nostre opere dovranno essere ancora più curate nei particolari, dove “curate” sta ovviamente per pensate, decise, consapevoli. Nulla può più sfuggire. Tutto deve essere una nostra decisione, come peraltro è sempre stato, ma in maniera ancora più consapevole, matura.

In secondo luogo la possibilità di scomposizione dell’immagine in pixel, in migliaia di milioni di pixel fa pensare. Puntinismo? Certo. Collages? Anche.

Ma quel che più forse importa è la nostra capacità di leggere tutte queste informazioni. La nostra capacità di elaborarle insieme, costruendo e ricostruendo insiemi visivi che nessuno prima aveva visto, neanche, forse, il loro autore.

E se questo è vero la consapevolezza di cui si parlava prima deve essere necessariamente coscienza delle infinite implicazioni visive del nostro lavoro.

Kandinsky aveva scoperto la sua pittura osservando un proprio quadro al buio. Combinazioni. Possibilità visive.

I pixel ci aiuteranno in questo? Nello scoprire ognuno la propria strada?

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