Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Su Repubblica di oggi c’è una bella intervista a Primo Levi. Un inedito. In essa molti spunti di riflessione.

“Indignazione?”  gli chiede il giornalista e Levi risponde di sì. Indignazione implica moralità, un risentimento e una moralità che negli anni, dice sempre Levi, si sono ramificate.

L’indignazione è una forte motivazione allo scrivere? Certamente, verrebbe da dire. L’uso della parola come arma, specie quando non si può altro (“di ribellione purtroppo no, perché non c’era modo, almeno al mio livello.”), è un leit motiv della letteratura italiana e non solo (ovvio).

“La differenza fondamentale tra la nostra giovinezza e la giovinezza attuale è nella speranza di un futuro migliore, che noi avevamo in modo clamoroso e che ci sosteneva anche neghli anni peggiori, anche nel lager: la meta c’era e era costruire un mondo nuovo di uguali diritti, dove la violenza era abolita o relegata in un angolo, costruire il Paese per riportarlo a livello europeo. Invece, i giovani d’oggi, mi pare abbiano molte meno speranze.”

Indignazione, moralità e idealità. Bisogna recuperare qualcosa?

English translation. (I beg your pardon in advance)

On Repubblica (Italian newspaper, ndr) they published an interview to Mr. P. Levi  (Auschwitz survivor, writer, Se questo è un uomo, 1947 – La tregua, 1963 – ecc.)  never iussued before. In it you can find several items to think about.

“Resentment?” the journalist asked. And Levi’s anwer was “yes”. Resentment implies morality. This resentment grew during the years, Levi  states.

Is resentment a strong reason to write for? Of course, one should say. Using words as weapons, especially when one has nothing else to use (“rebellion unfortunately not, as we had no way to, at least at my level”) is a leit motiv in literature. (obvious)

“The main difference between our youth and today youth consists in the hope in a better world. We were hoping sensantionally and this supported us even during the worse years, even in the lager: the goal was there, building a new world with equal rights, where violence had to be suppressed or left in an angle, working to put again our Country at European level.  On the contrary, it seems that today youth have far less hopes.”

Resentment, morality, ideality. Should we take something from that?

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