Ho appena finito un quadro. Bene. Molto bene. Dipingo da quando avevo dieci anni. Mio zio – che peraltro dipinse pare solo quella volta lì – mi affascinò con un acquerello con boschi e case dai tetti rossi. Da allora non ho mai smesso. Il piacere si rinnova senza sforzi. Il piacere della carta. Il piacere dei pennelli. Il piacere della ricerca del colore giusto, quello che è troppo chiaro, o scuro, o troppo verde, o rosso o blu e allora bisogna aggiustarlo, provare e riprovare fino a quando finalmente non emerge con chiarezza che quello è lui, quello giusto. Da questo punto di vista il famoso e tanto criticato “io non cerco, trovo” di picassiana memoria ha un senso: le cose (idee, colori, segni) si trovano e l’abilità, se esiste, sta nel riconoscerli, nel riconoscere l’immagine che si è formata e che meglio rappresenta quel che sentiamo (e vediamo) dentro di noi. Da anni quel piacere si rinnova, sempre uguale e sempre diverso. Stamattina, alzandomi per dipingere meglio un certo particolare (dipingo spesso da seduto) e allontanando con la gamba la sedia da dietro, senza guardare, ma sapendo che era lì – ovviamente – immediatamente mi sono chiesto quante volte io avessi già fatto quel gesto, quell’alzarsi di scatto per vedere e dipingere meglio – come spinto improvvisamente da una molla – come il gesto dell’atleta che istintivamente si piega per colpire la palla – e spingere indietro la sedia per non averla più tra i piedi nel momento in cui il pennello, il pennellino zero, avesse affrontato la carta: quante volte? La pittura è tic che si ripete? è coazione a ripetersi? è ritrovarsi nei gesti?

Is painting something repeating itself time by time? Is it a not voluntary action? Is it done mainly by not voluntary actions?

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