Mesi, ottobre – Gauguin

Oltre – al di là

Questo affarino invece l’ho dipinto  proprio in questi giorni, ragionando su masse e colori e su come al di là ci sia sempre qualcosa che vale la pena di vedere e scalare.

Cosa ne sia uscito, al solito non so.

So solo che l’occhio vede per masse e che la nuttata è lunga da passare, ma dopo, al di là, oltre (ma non oltre il giardino), c’è ancora spiaggia, mare, Corsica.

eccoequa, come diceva Pappagone, per chi ha gli anni per intendere.

saluti anche agli altri.

Cinema

Ho creato una nuova sezione del blog per ospitare le pagine scanerizzate di una vecchia rivista di cinema degli anni ‘50 che mio padre mi ha lasciato.

per vederla cliccate qui.

Fabio Sironi: arti maggiori e arti minori

Ho chiesto a Fabio Sironi un contributo sul rapporto tra pittura e illustrazione, tema già più volte affrontato qui.

Fabio, come molti di voi sapranno, è da anni, oltre che pittore ironico e raffinato, una delle matite più illustri del Corriere della Sera, testata per la quale ha illustrato articoli e reportages, non ultimo quello splendido condotto insieme ad Ettore Mo nelle terre sconvolte da guerre secolari.

Ecco il suo contributo:

Caro Alessandro,
cos’è la pittura italiana e quali rapporti intrattiene con altri mezzi espressivi ?

Molte sarebbero le considerazioni sul tema che proponi e che potrai rilanciare sul tuo blog senza timore di esaurire presto l’ argomento.

Per esempio lo sciagurato apartheid cui vengono sottoposte alcune forme espressive colpevoli di essere ” arti minori”.
Lo stavo proprio considerando mentre sfogliavo il pesantissimo catalogo della collezione Schwarz esposta attualmente a Roma.
Una strabiliante tavola di Alberto Martini ci ricorda come purtroppo questo grande artista del bianco e nero sia stato dimenticato da tutti. Lo svolgimento della narrazione, da sinistra in alto verso il basso utilizzando elementi architettonici e vegetali per scandire la suddivisione del racconto, ci mostra la storia dell’ esumazione della salma di una giovane donna. La struttura compositiva rimanda alla pittura di Giotto, alle miniature tardogotiche, all’ arte medievale dove più azioni sono riassunte in un unico ” quadro “, e il loro svolgimento è leggibile come in un fluido ininterrotto ( Il corteo esce dal castello, entra nel bosco, caccia il cervo, esce dal bosco, torna al castello ).

Cosa ha impedito di apprezzare maggiormente l’ opera di Martini ?

Certo non era artista che cercava il consenso a tutti i costi né che sceglieva temi ” facili “. Fatte le dovute proporzioni, si muoveva su un terreno ( il bianco e nero raffinato – a volte più nero che altro- che ispirava Beardsley o Kubin ) che ancora oggi viene liquidato come grafica d’ arte.

Specie in Italia esiste il mito della pittura ad olio (altra classificazione a priori ) e difatti quando il Nostro vi si cimentò ne scaturirono risultati che ritengo modesti se non proprio brutti. Ma questo attiene alla padronanza poetica e tecnica di un media: un virtuoso di saxofono contralto può risultare ” fiacco ” se suona il tenore ( molto spesso è proprio così).

Come vedi si può andare avanti molto a lungo. Per quel che riguarda la pittura e gli altri media, e aggiungerei i nuovi media, si tratta di un discorso sempre presente in tutte le epoche storiche.

Ancor oggi si fa fatica ad accettare che Caravaggio lavorasse con l’ ottica, il che gli consentiva di riprodurre quasi fotograficamente i suoi soggetti. Ma, si sa, era anche l’ epoca che vide il sospetto su Galileo. La tecnologia non era ben accetta, così ci giunge l’ idea che il Merisi dipingesse come un pittore romantico. Cavalletto, pennello e coltello a portata di mano. A questo proposito sono interessanti gli scritti di David Hockney.

Così passa ancora poco in Italia l’ idea che l’ artista figurativo possa lavorare con le nuove tecnologie: abbiamo Leonardo ( che adorava le nuove tecnologie del suo tempo ) come una palla al piede. Questo perchè abbiamo carenza
di cultura e di senso della modernità, intesa come capacità di vivere a fondo il proprio presente. Parlo del sommo Leonardo come macchina contemporanea per fare soldi: biglietti alle mostre, pubblicistica martellante, codici da Vinci assortiti e altre cose che poco hanno a che vedere con la vera essenza del suo lavoro.

Tutto può e deve servire per fare arte: il pennello e il mouse, l’ uno non esclude l’ altro dato che partono da principi fisici diversi. I risultati possono essere simili, mai identici. Una illustrazione ormai passa per un file che viene “postprodotto” con Photoshop nè più nè meno che uno scatto fotografico.

Ho messo molta carne al fuoco e mi rendo conto che forse ho divagato. Comunque grazie sempre per il tuo apprezzamento, grazie davvero.

Il Confine col Libano è un piccolo inchiostro eseguito ormai 10 anni fa in Galilea. Quelle macchie esprimono il mio stato d’ animo davanti alle misteriose montagne la cui vista era attraversata dal minacciosi rotoli di filo spinato.

A presto Fabio”

Macchiaioli e masse.

L’incredibile successo delle mostre sui Macchiaioli ovunque e comunque proposte (ultima quella di Telemaco Signorini a Padova) induce a qualche riflessione sul quel movimento.

Riflessione che, dalla prospettiva di un pittore, prescinde dal sentimento che i Macchiaioli fossero e siano, per alcuni versi e molto alla distante, gli impressionisti di Italia, e viceversa cerca di concentrarsi sulla pittura in sé, sull’idea di pittura che quel movimento in qualche modo promuoveva.

“Il movimento dei Macchiaioli nasce di fatto nel 1856 …..”

se vuoi continuare clicca qui.

Realtà e finzione

Gli abbracci spezzati

Regia: Pedro Almodòvar
Interpreti principali: Penelope Cruz, Lluìs Homar, Blanca Portillo, Rubén Ochandiano, José Luis Gòmez
Durata: 129 minuti

Dopo un tragico incidente stradale che ha distrutto la sua vita, il regista Mateo Blanco ha perso la capacità di vedere. Deciso a gettarsi alle spalle il suo passato, compresi anche i ricordi della sua precedente esistenza, ora Mateo scrive romanzi e sceneggiature che firma con lo pseudonimo di Harry Caine.
Il nuovo nome e la volontà di costruirsi una nuova identità non sono però sufficienti a cancellare le esperienze significative della sua vita e l’amore che lo legava alla sua amata Lena.
Le contingenze della vita portano inevitabilmente Mateo a confrontarsi nuovamente, seppure del tutto per caso, con i fantasmi del passato che, mai del tutto sepolto, torna alla ribalta e costringe Mateo a un inesorabile confronto.
Aiutato da Diego che lo assiste e lo supporta ad affrontare le difficoltà di tutti i giorni e che lo incoraggia a costruirsi una nuova vita, Mateo inizia a sperare ancora nel futuro.
Quando però Diego, a causa di un incidente, sarà costretto a letto per diverso tempo, Mateo sarà accanto a lui e senza accorgersene nelle lunghe attese in ospedale rivelerà al ragazzo stralci della sua esistenza passata. Proprio quando i ricordi sembravano ormai svaniti, sepolti da una fitta coltre di oblio, tornano alla mente dell’uomo i passaggi fondamentali della sua vita, gli incontri e le emozioni sollecitate dall’amore per una donna mai dimenticata.

Film intenso e delicato per la capacità di far vibrare le corde del sentimento senza comunque cadere nel sentimentalismo nostalgico e malinconico, Gli abbracci spezzati osserva con pacato distacco e rispettosi silenzi lo stato di un animo umano attraverso il ricordo per i propri amori e per le proprie passioni, prime fra tutte, il cinema.
E poi ancora: una storia che viaggia su diversi piani, passato e presente, realtà e finzione, visibile e invisibile, con un virtuosismo e un piacere del cinema così evidenti che tutto il resto, l’amore, la famiglia, la paternità, il tradimento, la colpa, in fondo conta poco. Perché malgrado tutti i colpi di scena e le piroette, Gli abbracci spezzati ruota solo e instancabilmente attorno al cinema e ai suoi poteri.

A cura di Cinemagora

Burri e Fontana a Catania

La Fondazione Puglisi Cosentino ha organizzato una mostra che mette a confronto Burri e Fontana, olio e aceto, verrebbe da dire con metafora blasfema, della pittura italiana anni sessanta e settanta.

Di Burri ho già parlato altre volte e ne ho voluto sottolineare la classicità nei modi di costruire l’immagine. Di Fontana no, o poco o punto.

Il merito di Fontana, al di là dei risultati estetici, sta non tanto nell’aver rotto la tela (e in particolare quasi sempre dei monocromi), nell’aver sfidato l’action painting con i suoi tagli misurati, precisi, eleganti, nei quali la forza del gesto è spesso trattenuta, sospesa, raccontata dai detriti del gesto stesso, dal vandalismo, ma dall’aver introdotto e o dall’aver causato l’introduzione in Italia e nel mondo il termine spazialismo, la parola spazialismo, parola che da un lato evoca una raffigurazione dello spazio, inteso come realtà osservata al di fuori della terra, che sicuramente rappresentava e rappresenta, in certa parte, un terreno incolto per la pittura (con tutto l’ovvio richiamo al superamento delle piccolezze per dedicarsi alle grandezze), e dall’altro ri-immette in pittura lo spazio, appunto, concetto cardine della pittura italiana di sempre.

Certo poi il fatto che la tela potesse essere usata per altro, essere sfregiata, violentata per creareed evocare immagini che andassero al di là della tela stessa è stato un passaggio fondamentale di congiunzione tra la pittura e il diluvio del concettualismo, dell’arte povera  e, volendo, della performing art (quella che di recente ha portato un noto artista italiano a Venezia ad esibirsi nel lancio di sassi a rompere gli specchi, esattamente come Fontana con i suoi tagli rompeva la tela)

Ma, dicevo, al di là di questi discorsi specifici e puntuali sull’uno e sull’altro, non c’è dubbio che Burri e Fontana sono stati e sono ancora gli Scilla e Cariddi attraverso i quali una generazione di pittori italiani ha dovuto passare. Materia, materia povera, vissuta, evidente, usata, violentata, distrutta e ricreata quella di Burri e concetto, pulizia, violenza evocata, ma remota, lontana, trasparente, leggera quella di Fontana.

Di lì bisognava passare. Di lì per certi versi bisogna passare.

Classifica

Scrivere di pittura.

Marco Goldin è il signore che si è inventato anni fa Treviso come meta d’arte. Alcune grandi mostre hanno portato alla ribalta la città veneta. Poi Goldin è andato a Brescia e anche lì ha avuto successo. Bravo.

A Chiavari, in una libreria di libri d’arte usati (e non) (per i patiti del luogo è quella vicino alla Chiesa di San Giovanni) ho trovato il suo (di Goldin) Scrivere di pittura, artisti italiani del Novecento, Marsilio editore, 1997.

Il libraio dice che l’aveva dimenticato sullo scaffale. Voleva leggerlo lui. Poi visto che l’avevo scelto anche io, gentilmente (e commercialmente) me lo ha lasciato.

Il libro ripercorre alcune delle fortunate mostre organizzate e dirette da Goldin ed è, in sintesi, un canto d’amore per la pittura, per la pittura pittura, quella che piace anche a me (ed evidentemente non solo a me), quella fatta di pensiero e osservazione, quella fatta di pennelli e colori, quella fatta non dagli artisti o dai performers, ma, più semplicimente (incredibile dictu) dai pittori.

A pagina 164 Goldin, tra l’altro, scrive: “Credo nella pittura come atto d’amore; nella fatica d’essere pittori; nella fatica fisica, prima ancora che mentale. Nella fatica di restare al proprio posto, anche controccorrente. Nella fatica di continuare a vedere, sovrapponendo il visibile all’invisibile, il mistero alle poche certezze. Che il vedere non sia la somma di ciò che gli occhi toccano, ma piuttosto la sintesi e la selezione, di un guardare al mondo delle cose e nella scavata profondità di noi. Ciò che vediamo è la carne del nostro corpo nella definizione che ne danno le cose, come un suo prolungamento fuori da noi. Da questo continuo specchiarsi, riconoscersi e ritrovarsi negati, cresce l’esperienza della pittura che ha la solo certezza del sapersi in cammino.”

Se non l’avesse scritto lui, l’avrei scritto io, o, meglio, ho scritto, nel mio piccolo, nella mia modesta ambizione intellettuale, le stesse cose, solo con parole diverse, ma con identici accenti.

Qui di seguito qualche immagine di alcuni dei pittori presentati nel libro. L’elenco dei loro nomi sarebbe troppo lungo.

Attesa.

Un quadro sentito questa estate. E finito di dipingere che non è molto. Lavoro poco. Ormai i miei quadri sono figli di genitore attempato e quindi lento, svogliato, distratto. Il titolo del quadro potrebbe essere l’attesa. E’ il sentimento prevalente al quale ho pensato pensandolo e realizzandolo. Attesa e dolore.

L’attesa è densa. Ferma le chiacchiere. Si riempie di detriti. Stoppa. Ferma. Congela. Cuce. Lega. Incolla. Prima discorsi. Dopo discorsi. Magari più sconnessi. Meno fitti. Parole. Diluvio. Dopo. Ecco. Questo è il quadro.