Viaggio al termine della notte, teatro Elfo Milano

Giovedì sera all’Elfo di Milano (Corso Buenos Aires) ho visto allo spettacolo Viaggio al termine della notte, tratto da testi del (dicono) grande Celine.

Tre motivi mi hanno spinto a questa avventura: Celine, Germano e la curiosità di sentire la musica di Teho Teardo.

In realtà, da un certo punto di vista, sono caduto anche io vittima della macchina pubblicitaria che in questi giorni ci tenta con la proposta di vedere a teatro i “divi” che solitamente si vedono al cinema. Germano è, come noto, uno dei nostri attori cinematografici più promettenti e con un profilo accattivante, così fuori dagli schemi del bello e sfrontato.

Alla prova dei fatti, lo spettacolo si è rivelato certamente interessante, ma con alcuni punti (gravi) di caduta.

Il primo e più fastidioso riguarda il sonoro: il teatro è viva voce, non amplificazione. qui invece tutto è amplificato e se questo è comprensibile per la voce di Germano che legge in doppio sonoro i testi pazzeschi di Celine, molto meno comprensibile è il perché la parte musicale andasse amplificata e peraltro così pesantemente. più di una volta, forse a causa della mia secoda fila, ho dovuto tapparmi le orecchie per ridurre l’impatto delle onde sonore.

Peccato perchè la musica è certamente uno dei pezzi forti della serata. Bella e intrigante, ancorché tutta con base a riproduzione elettronica (Teardo ha di fronte a sé un computer dal quale dirige la base su cui poi lui e una validissima violoncellista eseguono la parte solistica).

E qui arriviamo al secondo disappunto: per euri 30 a testa, ma non era più degno portare sul vasto palcoscenico tutti i musicisti necessari alla esecuzione? Perché questa scelta, che, maliziosamente, si direbbe più a natura commerciale che artistica? Nella base musicale era contenuta tanta e tale musica che una orchestra era ben giustificata. e allora perchè? per lasciare la scena spoglia a rappresentare la pazzia solipstistica di Celine? Può essere. Fatto sta che tutta quella musica digitale e messa a palla, come dicono i ragazzi oggi, era veramente troppo per le mie orecchie di borghese cinquantenne (abbondante).

Dal punto di vista della performance di Germano segnalo la foga, l’entusiasmo e un paio di inciampi lessicali cui normalmente non è dato assistere a questo livello di professionismo. Nulla di grave, si intende, ma di solito i suoi colleghi non si sbagliano nel pronunciare neanche la più piccola sillaba.

Tutto ciò premesso, Celine era un pazzo di cui non sono ancora riuscito ad apprezzare la grandezza. Sbeffeggiare e usare un linguaggio, diciamo così, colorito, denunciare la pazzia del mondo, inneggiare alla propria devianza non mi sembrano encomi tali da poter fare assurgere all’empireo letterario.

Fin qui, Celine (che pure ho tentato più volte di leggere) mi è parso noto più per i “meriti” del suo vissuto (omosessuale, finito in manicomio, eccetera eccetera) che per qualità di linguaggio o per capacità visionaria. Anche la Merini è finita in manicomio, ma di lei noi si apprezza la qualità della intelligenza purissima e della linearità e pulizia linguistica e non il trascorsi di sofferenza. Di sofferenti, matti e mattoidi ahimé per loro è pieno il mondo, così come il mondo è pieno (zeppo in questo caso) di gente che ha i gusti sessuali e le nature sessuali più varie, variopinte, allegre o angosciose possibili. Non per questo, se scrivono, devono e possono essere definiti grandi. Dato che questa è una banalità, immagino che in Celine qualcosa mi sfugga.

Anni fa mi sfuggiva anche in Proust. La vita è lunga e piena di sorprese. Attenderò che Celine mi si mostri, cercando ancora di riaprire il suo Viaggio. Magari un giorno la mia mente si aprirà e riuscirò a godere anche io di ciò che evidentemente altri hanno goduto quando hanno celebrato questo autore come uno dei massimi della letteratura francese del secolo scorso.

Sintesi: risparmiate 30 euro.

Il Flauto Magico, diretto da Peter Brook

Il terzo e ultimo spettacolo che ho avuto la fortuna di vedere è stato (sabato sera) il Flauto Magico diretto al teatro Piccolo di Milano da Peter Brook.

Anni fa avevo visto sempre con la regia di Brooks un Aspettando Godot che non mi aveva colpito. Questa volta invece la regia ha una forza, una grazie e al contempo una leggerezza tali da dover ammettere (felicemente) “colpito e affondato”.

La forza di Brook in questo caso è davvero, come recita la presentazione del Piccolo, d’aver tolto ogni cosa che non fosse strettamente funzionale alla storia e alla musica.

Una scenografia pulita, pulita, con alti rami o bambù su leggeri piedistalli da poter muovere secondo le esigenze sceniche. il tutto su uno sfondo scuro. Luci quasi sempre bianche e calde, senza infingimenti. Un pianoforte a coda da un lato. Costumi eleganti nella loro semplicità e cura. Tutti a piedi nudi e via a cantare e recitare questa storia del duplice amore, dell’amore sacro (quello che richiede sacrificio e purificazione) e dell’amore profano, tutta gioia, allegria, sensualità e sessualità.

Gli interpreti, ragazzi, perfetti, con un Papageno straordinario nella sua comunicazione anche gestuale e mimica. E ovviamente su tutto la musica divina di Mozart, anche questa portata all’essenziale dalla rinuncia alla orchestrazione, solo piano e canto.

Si esce consci di aver assistito ad un incanto. All’incanto dell’arte, quando diviene essenza, quando, lavorando in levare, lascia solo ciò che conta, suoni, colori emozioni.

Bellissimo. Vale la sopportazione del freddo in sala (non mi chiedete perché iunun teatro del prestigio del Piccolo si possa avvertire freddo, tanto da provare il desiderio di mettersi i guanti).

 

Eretici e Corsari

Il secondo spettacolo che ho visto è stato Eretici e Corsari al Piccolo di Milano.

Come noto, lo spettacolo con Marcorè e Gioé  consiste nella lettura e interpretazione di testi di Pasolini e della coppia Gaber / Luporini.

Ebbene come sempre accade quando si  (ri)ascoltano i loro lavori, si rimane incantati dalla ironia, cattiveria, lucidità e poesia di Gaber / Luporini.

Se in qualche modo e per qualche accento la lingua e gli argomenti di Pasolini possono a tratti suonare datati, quelli di quella strana coppia che nacque dall’incontro di un cantante e di un pittore sono del tutto, completamente, tremendamente attuali, sia come contenuto che come linguaggio.

Tra tutte le possibili citazioni, me ne è rimasta impressa in particolare una, quella che dice che anche Dio ha il suo inferno: siamo noi, essere umani, da Lui amati profondamente e senza esitazioni, eppure così fallibili e falliti, deboli, ma anche mostruosamente cattivi, da rappresentare per chi dovesse amarci tutti, tutti, Hitler e Stalin, Mussolini e Hussein compresi, un inferno d’amore tradito.

Mai, mi pare, grido di dolore è stato tanto sentito per l’impossibilità di credere fino in fondo. Se poi a questa notazione, come dire, religiosa e sociale, si uniscono tutte le altre sulla rappresentanza, sul comune sentire, sulla stupidità dell’umano orgoglio, canzoni e riflessioni, sempre dette e denunciate in punta di fioretto, usando la piuma del solletico, piuttosto che, come usava al contrario Pasolini, il furore della spada, ecco che al termine, dopo i lunghi, meritati e ripetuti applausi ai due bravi interpreti, non si può che rimanere sgomenti nella coscienza che dopo quegli autori il nulla ha ripreso a sobbollire, come il fango del Vulcano, appena discesi sull’isola, caldo, viscido, puzzolente.

E quindi onore a Gaber e Luporini e al vigore visionario di Pasolini e grazie a chi, Marcorè e Gioé, ce ne ha ricordato potenza e attualità.

Teatro e altro

Un bel pezzo che non scrivo nulla. Troppo lavoro ufficiale, di quello che banalmente dà da vivere e permette di comprare cibarie, vestiti, suppellettili, andare a cena con amici e, grazie a Dio, d’andare al cinema e a teatro.

In questa lunga pausa ho visto tre spettacoli che, a diverso titolo e in varia maniera, mi hanno colpito.

I tre spettacoli sono: The Artist (cinema), Eretici e Corsari (teatro), Il Flauto Magico (teatro).

Iniziamo da The Artist.

The Artist è un esercizio di stile e di cuore stupefacente nella sua stranietà. Da quando l’ho visto mi chiedo solo una cosa: perchè? Perché raccontare una storia di amore in bianco e nero e muta? Perché pensare un film sette anni e vederlo e rivederlo in cuor proprio per sette lunghi anni?

Perché l’amore non necessita parole. Forse.

La domanda è nata in me spontanea appena dopo la visione (fortemente voluta) del film. Storie sul travagliato passaggio dal cinema muto al sonoro ce ne sono già state a bizzeffe, tutte incentrate, come questa, sul drammatico corso di chi cade improvvisamente, come si suol dire, dalle stelle alle stalle.

Uso appositamente questa espressione nazional popolare proprio a sottolineare quanto da questo punto di vista la storia sia narrativamente abusata. Ed allora perché? Non è neppure, credo, per narrare l’amore tra generazioni lontane nel tempo, come presumibilmente doveva essere quello qui narrato, tra un divo all’apice della sua grandezza e una sconosciuta ragazza. Non è così, perché intanto la differenza di età nella storia conta poco o nulla e perché, di conseguenza, il regista ha scelto due interpreti, bravissimi, ma, coerentemente con questa irrilevanza del tema “età”, non così lontani apparentemente nelle rispettive età anagrafiche.

L’unica ipotesi che rimane è quella iniziale: l’amore non ha tempo e non necessita suoni o parole, ma meglio si esprime nel silenzio e nelle evocazioni che nei dettagli e nei dialoghi.

Insistendo su questa tremolante ipotesi verrebbe da chiedersi: cosa devono dirsi due amanti d’altro che non sia il classico e reciproco ed eterno “ti amo”. Null’altro, se non, come infatti finisce il film, trovati e rinsaldati nel proprio amore, ballare vorticosamente insieme all’unisono, come un cuore e un corpo solo.

Sintesi di The Artist: bello e pazzo, intenso e divertente. Inutile, forse, ma con le inutilità dei tramonti e delle albe più belle.

Unico difetto: la parte centrale, quella della caduta del divo poteve essere accorciata di un bel pezzetto, ma questo difettuccio è nulla a confronto con l’allegria e le serenità generale del film.

 

lettera ad un amico

Dal mio amico Tarcisio ricevo:

 

Gentile amico che sai dipingere
i colori dell’animo, che nutri dalla distanza
il sentimento più arduo, che sai
cogliere le sfumature, i riflessi
del sangue e accendi
una luce
dove gli altri si affannano a far buio
e a uccidere
ogni speranza: non la mia voce
ti ringrazia, a farlo non sono
queste povere parole,
ma
una più forte sostanza
negli anni
mai dissolta, mai spenta.

L’anima, Alda Merini

La mia amica Anita ci segnala:

Che grande scultore sei tu
che hai scolpito il tuo volto di pietra
tra le mie braccia
e ormai amore morto
mi sei diventato figlio
ti tengo sulle ginocchia
e piango perché il ricordo di te
mi pesa come un sepolcro.

 

Un film natalizio: l’altro. Sherlock Holmes.

Prima di Miracolo a Le Havre, nel mio beneamato Tigullio ero andato con moglie e figlio a vedere Gioco d’Ombre, secondo appuntamento della saga di Sherlock Holmes.

Il film è carino, curato nei particolari (prezioso il panorama di Parigi con Montmatre in lontananza in costruzione) e vertiginoso nello svolgimento.

Qui finalmente Holmes incontra e battaglia direttamente contro il suo nemico mortale Professor Moriarty, che nei racconti, in realtà, se non erro, era un Colonnello e non un Professore, ma poco importa.

A noi tutti, ormai di memoria breve, stupisce vedere una Europa di inizio del 1900 tutta impegnata nel darsi battaglia, sfruttando idealismi anarchici e vecchie e nuove antipatie e odii nazionali.

Su questo sfondo, il film rappresenta lo scontro titanico tra quelle che vengono definite e descritte come le migliori menti della loro epoca. Intuitivo, anche cinematograficamente, Holmes. Scientifico Moriarty. Pazzo e fantasioso l’investigatore. Metodico e noioso nella sua perfezione criminale il Professore.

Probabilmente questa della imprevedibilità e fantasia è la caratteristica che più affascina del personaggio di Holmes, caratteristica solo in parte presente nei romanzi e nei racconti e che, invece, nei film, in questo come nel precedente, viene profusa a piene mani. In particolare più interessante è come il regista sia riuscito a rendere tale capacità analogica di Sherlock costruendo visivamente sequenze accelarate di immagini che permettono non di seguire, ma solo di intuire il percorso intellettuale dell’investigatore. In tale scelta, il regista ha attinto dalla cultura video dei trailer musicali e non, lasciando, per così dire, che grandi parti del film “vero” non siano altro che, visivamente parlando, trailer della contorta (ma efficace) mente di Holmes.

Come dicevo, bello, vedibile, divertente. Si esce dal cinema un po’  come si uscirebbe da una lavatrice cui avessero finalmente aperto lo sportello dopo un breve, intenso, inebriante sciacquo con centrifuga finale.

Un film natalizio, anzi due.

Durante le feste visti due film che più diversi non potevano essere: Miracolo a Le Havre e l’ultimo con Sherlock Holmes (gioco d’ombre). Di Sherlock parlerò un’altra volta (domani).

Miracolo a Le Havre di Kaurismaki ripercorre la strada già in parte percorsa qualche anno fa dal film Welcome e racconta la storia di un giovane immigrato clandestino di colore sfuggito all’arresto e che trova in un ex barbone chi lo aiuterà a raggiungere l’Inghilterra.

Prima e immediata osservazione: le coste nord della Francia devono essere ben oltre il limite di umana sopportazione, se in entrambi i film la polizia viene dipinta come una specie di Gestapo senza cuore (ma in Kaurismaki c’è una felice eccezione). Altra osservazione: anche qui, come già in Welcome, gli emigranti vogliono raggiungere l’Inghilterra. Perché? Perché Londra viene vista come la manna dal cielo? Tanta immigrazione, anche lontana nel tempo, probabilmente assicura una rete di amicizie e parenti in grado di sostenere i nuovi migranti? La Perfida Albione è molto rigida nel cercare di impedire gli ingressi, ma altrettanto tollerante verso chi lì lavora senza richiedere faticose e costose pratiche di permessi di soggiorno? Non so. Noto che sembra che tutti vogliano andare lì.

In ogni caso, Miracolo a Le Havre è proprio un piccolo miracolo di umorismo (sottile) e di cinematografia, con ritratti di una umanità dolente, ma non sconfitta, che vive o cerca di vivere senza tempo ed ansia, in pace con quel poco che ha, senza fronzoli o palle per la testa e, miracolosamente – fantascientificamente – ritrova una propria unità di intenti quando c’è da far del bene al piccolo emigrante.

Persino la maschera del poliziotto tutto di nero vestito sorride pur non muovendo mai un muscolo e senza dire una parola di troppo permette la fuga del ragazzo verso le bianche scogliere di Dover.

Un miracolo, appunto, come la vittoria dalla malattia della moglie del protagonista.

Kaurismaki torna finalmente al dialogo (anche se certo non del tipo schioppettante degli americani) e il film viene salvato dalla tristezza e devastazione dei luoghi proprio dalla lingua, dal dialogo, sempre sereno e spiritoso. Il buon cuore e la dolcezza vengono dati a piene mani e, ciò nonostante, non si esce con quel gusto in bocca da eccesso di zucchero, ma con la coscienza di aver assistito ad una favola, certo, che ci ricorda, però, con forza, come la responsabilità sia personale, nostra, di ciascuno di noi e in particolare di noi uomini e donne di mezza età che ricordiamo bene come e cosa il mondo fosse prima del diluvio della globalizzazione e della televisione.

Due lavoretti

I due lavoretti per le vacanze hanno titolo: “riconoscersi” (quello in arancio) e “due compagni di scuola” oppure “due gemelli”. (vedete voi).  Sono entrambi due piccole opere su carta in acrilici.

 

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A Mariolina e Gianfranco

Spesso miracolo accade
luce piove dall’alto
e tutto torna d’incanto bambino.

Altre volte buio continua
e il suo perdurare, denso,
stretto, insensato, induce
al silenzio e tamquam al suicidio.

Tra i due Dio talvolta s’accende.

Non sempre.

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