Berlino
Siamo stati a Berlino quattro giorni.
La città è bella, vivace, grande, piena zeppa di edifici di grandi nomi della archittetura contemporanea, con un paio di grandi musei e parchi e giardini infiniti.
Una città da girare in bicicletta, tempo permettendo. Siamo stati fortunati.
Segnalo per i futuri viandanti, senza un ordine preciso:
il Pergamon, museo delle civiltà classiche, dove sono stati ricostruiti a grandezza naturale un tempio ellenico dal biancore emozionante, la porta di ingresso di un mercato romano ed un tempio assiro;
il Neue con Nefertiti, dalla bellezza incantevole
la Gemaldengalerie, con una raccolta di arte italiana e olandese da stare assolutamente alla pari con National Gallery o il Louvre
la Berlinische Galerie, con una interessante raccolta di arte contemporanea di artisti tedeschi.
Tutti questi musei, in specie quelli dedicati all’arte classica, sono stati concepiti per permettere a chi li visita di rendersi conto della grandezza e della raffinatezza di un tempo. Non solo, quindi, e non tanto capitelli e colonne, resti di fregi o statue originli, ma anche ricostruzioni complete, nelle quali l’originale è dichiarato in quanto tale e il resto è rifatto oggi. Di fronte all’altare di Pergamon si rimane basiti dalla grandiosità dell’impianto.
Devo dire, però, che ciò che mi ha davvero commosso, al limite delle lacrime, è stata la visita del cosiddetto Holocaust Memorial. Leggo che era dal 1988 che i tedeschi si chiedevano se non fosse il caso di erigere un monumento alla memoria degli Ebrei vittime dei nazisti. Alla fine di un lungo percorso di dibattiti e decisioni politiche e gare pubbliche, nel 2001 questa opera ha avuto inizio su progetto di Peter Eisenman. Questa opera è un enorme, grigio, impietoso cimitero di tombe senza nome e senza volto costruito nel centro di Berlino. E’ anche un labirinto, all’interno del quale oggi ragazzi e turisti fingono di perdersi, ma la spianata sterminata delle steli, dei blocchi di granito grigio lascia attoniti e rappresenta in maniera evidente, tattile l’enormità dell’abominio umano.
Guardandola mi sono detto che qui la civiltà occidentale, questa bistrattata civiltà occidentale, ha uno dei propri vertici, vertici di ingegno, di idee, di cultura, di silenzio. Qui non ci sono più tedeschi o non tedeschi, ma solo umanità dolente, conscia dei propri devastanti errori e delle proprie debolezze. Bellissimo. Toccante. Struggente.
Ultimo: se vi fermate qualche sera , fate un salto al ristorante della piccola Maria (Marjellchen, Mommsenstrasse 9). La piccola Maria è una signora di un peso esagerato, gentile, italiano parlante, dalla cucina della germania dell’est, dove davvero abbiamo mangiato molto bene, spendendo il giusto.
ps: a Berlino nelle vetrine dei grandi magazzini potrete anche ammirare manichini femminei di dimensioni “tedesche”.
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Turner e Lorrain
A Londra, presso la National Gallery, si è aperta una mostra dal titolo “Turner Inspired: in the light of Claude”.
Da quel che leggo la mostra si ripromette di pagare il debito che Turner (1775 – 1851) sentiva di avere nei confronti di Lorrain (1600 – 1682), pittore francese, trapiantato a Roma e autore di numerosi paesaggi.
Ora i debiti che ciascuno di noi contrae (o sente di aver contratto) nei confronti dei propri maestri sono una cosa, i debiti effettivi sono un’altra.
Che la luce di Lorrain si ritrovi in Turner è in qualche modo vero, come è vero che la luce di Giorgione e Tiziano (giovane) si ritrova in Lorrain. Alla stessa maniera negli orizzonti del francese si ritrovano a volte alcune luminescenze leonardesche. E allora? Tutti ispirano tutti?
Certamente ciascuno di noi ruba ciò che può, ma se questo è vero, è altrettanto vero che se la natura non fa i salti, come ci insegnavano a scuola e come Darwin in qualche modo ha ribadito, l’arte, la produzione artistica a volte sì. Non spesso, magari, ma a volte sì.
Turner è un esempio di salto. Un bel salto. Un salto di venti o trentanni. Un salto nell’impressionismo puro a partire dal neoclassicismo. Certo la stagione romantica ha aiutato l’idea, la concezione della visione che sottende i quadri, alcuni quadri di Turner, così come la sua passione per l’itinerario e l’abbozzo. Turner era un grande viaggiatore (specie in Italia) e durante questi trasferimenti prendeva continuamente appunti, schizzava, dipingeva anche. Il cogliere il momento è certo a fondamento della sua arte e dell’arte impressionista.
Cosa c’entra questo con Lorrain? Poco o punto, mi pare, anche se l’accostamento di alcuni quadri e la devozione che Turner espresse spesso nei confronti delle opere del francesce hanno giustificato e giustificano questo accostamento.
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Una storia
Girando per il Fuori Salone di Milano o vedendo filmati sulla rete o installazioni o mostre mi viene spontanea una domanda: ma esiste ancora una storia? l’arte di narrare è specialistica della letteratura (romanzi) e del cinema? tutti gli altri hanno rinunciato da tempo?
In pittura per secoli si sono raccontate “storie”, anche solo, volendo, in paesaggi e ritratti, visi e campagna, ma storie, sguardi dietro ai quali c’era più che un disincanto e una ironia nei confronti del mondo. Oggi questo c’è? Dove?
Sembra che le storie si siano frammentate, che tutto sia esploso in piccoli pezzi, che, come nei piatti di Schnabel, vengono ricomposti a fatica e solo da lontano possono, forse, significare qualcosa.
Possiamo vivere senza un sentimento e un ricordo e un progetto di storia?
In pittura certamente sì, ma, di nuovo, come già mi chiesi tempo fa, rinunciare a questo aspetto della pittura non significa amputarsi un braccio, abortire una possibilità, troncare germogli?
La fiaba dell’Iran cucinata con un pollo alle prugne.
Altro film, altro regalo.
Il “Pollo alle prugne” racconta la storia di un grande violinista iraniano, Nasser Alì, che un bel giorno decide di morire. Il suo violino è rotto e nessun altro violino potrà mai sostituirlo e dato che per un violinista suonare è vivere, l’impossibilità di suonare equivale alla decisione di morire.
Per questo il protagonista (cui non giova per noi italiani una rassomiglianza marcata con Giovanni del celeberrimo trio) si mette a letto, smette di mangiare e attende la morte.
Nell’attesa rivive la propria esistenza e noi con lui, lui che ventanni prima aveva incontrato la donna della sua vita, Irane (pronunciato Iran) e l’aveva dovuta lasciare per rispetto alla volontà familiare. Conoscendola aveva imparato a suonare, riuscendo ad estrarre dal violino, da quel violino, la musica dell’anima, la sua musica, la sua anima.
Ecco perché deve morire.
Il film è poetico e surreale, ironico e distaccato, allegro e triste, paralizzato nella espressione costante e fessa e disperata del protagonista, ma al contempo pieno di raffinati ritratti minori e di una soffusa aria di grazia.
Tutto questo è così ben congegnato e realizzato che le evidenti allegorie politiche passano inosservate e tornano dopo, a visione compiuta, più come dubbi e domande che come certezze.
La musica di Teheran si è persa? Irane mandata in sposa ad un militare dal padre bottegaio è l’Iran che noi conosciamo?
Forse. Quel che più resta è il dramma umano di un matrimonio che non si doveva fare e che invece per la testardaggine di alcuni e la insipienza di altri si è fatto, col risultato che alla fine la musica si è rotta e tutto, con un sorriso, è scomparso.
Uscendo mi sono chiesto se non sia comune a molti giunti nel mezzo (o qualcosina di più) del cammin di propria vita rimpiangere, come citava qualcuno, la rosa che non colsi e più precisamente quell’amore giovanile travolgente che avrebbe potuto tutto cambiare. Tutti hanno una Irane da rimpiangere? E’ la giovinezza stessa? E’ la forza di carattere che alle volte è mancata?
Non so. Nasser Alì non potendo più suonare muore. Onore ed idea di sé, rimpianto e insopportabilità del presente si uniscono e ne decretano la sentenza. Speriamo un giorno Teheran torni a suonare.
ps: si segnala che Isabella Rossellini nel ruolo della madre di Nasser Alì non fa venire voglia di alzarsi e andarsene. Mi sembra un ottimo risultato.
Cesare deve morire?
Omaggio al neorealismo ? Evidente, certo, sì, il film dei fratelli Taviani è girato in carcere, Rebibbia, dove per l’educazione e lo svago dei carcerati si studia e si recita il Giulio Cesare di Shakespeare, o, per lo meno, una sua sintesi filmica.
Il risultato, come sempre capita quando si spolvera e si lucida per benino il testo del sommo, è fantastico. Ricordo che un risultato analogo lo ottenne Kenneth Brannagh, non tanto con l’elefantiaco Hamlet, quanto con lo scioccante “Nel bel mezzo di un gelido inverno” del 1995, dove viene recitata una sintesi shackerata dell’Amleto che lascia senza fiato per ritmo e forza scenica.
Qui lo stesso, anche se ovvio il ritmo è molto meno sincopato. Shakespeare è pulito, terso, fragrante e calvalcandolo con rigore i fratelli Taviani, in un bianco e nero degno dell’Otello di Welles, indagano nel cuore dei carcerati, senza alcuno sconto sulla vita carceraria o su storie di contorno (come invece accadeva nel bello, ma meno intenso “Tutta colpa di Giuda” di Ferrario del 2009), e alla fine emergono con un film forte, denso, pieno.
Se non ci cercano solo storie divertenti, edificanti, o non si intende il cinema solo come evasione da luna park, questo è un signor film. Chapeau.
E’ l’artista che fa spettacolo?
Molto interessanti le pagine 22 e 23 de “La Lettura”, inserto domenicale del Corrierone nazionale.
A pagina 22 Vincenzo Trione si chiede (e si risponde) se abbia senso tutta questa enfasi sulla vita privata di un artista. A pagina 23 Arthur C. Danto ci fornisce un resoconto della sua visione del documentario “The Artist is present” di e con Marina Abramovic.
Il punto chiave del bell’articolo di Trione (che consiglio a tutti, ma soprattutto a coloro i quali desiderano avere un elenco esaustivo su tutti i film realizzati sulle vite di vari artisti di ogni tempo) è quando si chiede: “ma il privato è tanto importante? E’ giusto fermarsi alla narrazione degli amori, delle delusioni, degli slanci, dei tradimenti? Quanto contano il tenore di vita, la provenienza sociale, il modo di parlare e di vestire, i gusti sessuali, le idee politiche? E’ corretto trattare Picasso come Jim Morrison o Dalì come Jimi Hendrix? Tornano alla memoria le parole di William Gaddis: “Che cosa vogliono dall’uomo che non abbiano già ottenuto dall’opera? (…) Cosa rimane quando l’opera è terminata, che cosa è un artista se non le briciole del suo lavoro?” Ecco il punto.”
E si risponde, Trione, giustamente, quando qualche riga più sotto dice: “Più affascinante scrutare gli artefici cui quel pittore ricorre per dipingere, come dispone gli elementi della composizione, gli sforzi che fa per rendere ‘naturali’ i suoi gesti difficili. Per arrivare a capire che l’artista non è un genio la cui mano è guidata da una musa nascosta, ma un sublime operaio, dedito ad un esercizio quotidiano, animato da consapevolezza tecnica, lontano dalle improvvisazioni, sorretto da calcolo, studio, meditazione. Ragiona solo con gli strumenti propri del suo mestiere. Si concentra sulla materia prima della sua avventura, la forma. Pensa ogni sua ‘architettura’ come un ingranaggio che deve funzionare. Sa di essere un ‘errore biologico’ rispetto all’opera che realizzerà. E che gli sopravviverà.”
Come non sottoscrivere completamente senza ‘a’ né ‘ba’? Magari i paragoni Picasso Morison o Dalì Hendrix io li avrei evitati. I due musicisti sono stati a loro modo geniali e non si capisce perché un artista-musicista o artista-attore non debba avere diritto ad una propria privacy completa (se lo voglia) (ma il problema è che spesso queste categorie di artisti sono molto e molto narcise, qualità, per così dire, che con il fare artistico c’entra come i famosi cavoli a merenda).
Quando l’artista si sovrappone alla propria opera, a mio modo di vedere, c’è un problema. Un problema di illuminazione, mi verrebbe da dire. Cosa è illuminato? Cosa si vede? Cosa l’artista vuol far vedere? Se la propria vita, allora questo significa che lui/lei per primo non crede alla propria opera?
In ogni caso, leggendo Trione ripensavo a quando con amici pittori, nel giudicare vicendevolmente le proprie opere, si parlava di “opere che stanno” e “opere che non stanno”. Quelle che “stanno” sono quelle finite, che vivono senza bisogno di aiuti da parte di chi le ha create. Vivono. Stanno. Altre, quelle non riuscite, non stanno, hanno bisogno ancora di chi non le ha finite, sono quelle nelle quali la mano dell’artista si vede troppo, troppo visibilmente, troppo.
Ma la Abramovic è un’artista o una narcisa? Le sue opere stanno? Arthur Danto ci racconta che una delle preoccupazioni maggiori della Abramovic è quella di pensare performance che possano (e debbano) essere realizzate da altri. Scenografia, regia teatrale, architettura si fondono, è evidente. Peccato che poi, però, da quel poco che so, lei, la Marina più famosa dell’arte contemporanea e non, debba sempre esserci, spesso nuda o discinta, spesso corpo esposto.
Il suo discorso è il discorso della dignità dell’artista? Io sono? E’ il discorso dell’opera e del suo rapporto con chi la guarda?
A queste domande non so rispondere. Certo leggere il pezzo del signor Danto fa, a tratti, irritare la pelle. Quando si legge che ” Quei mobili banali – due sedie e un tavolo – erano pervasi da un carisma, un’aura, una sorta di trasfigurazione”, embé mi si permetterà scatta un irrefrenabile istinto all’insulto.
Non è vero che tutto ciò che un artista tocca diventa arte. Tutt’al più, come il povero Manzoni insegna, diventa operazione culturale, provocazione, lampo di genio, ma non per questo arte.
Farsi ‘opera’, lasciare che l’opera si incarni in se stessi, rappresentare con la propria vita e i propri gesti pubblici una idea di arte, quasi che questa fosse una religione, un misticismo, è faticosa vocazione che si segue o furbesco mezzuccio per tirare a campare? Cosa rimarrà della Abamovic? Filmati. Bene. De-materializzazione dell’opera. Al passo con i tempi, certo. Ma delle cose, di quelle cose che si toccano e si usano, e si spostano e rallegrano e fanno piangere, al toccarle, al vederle, all’annusarle davvero pensiamo che se ne possa fare a meno?
Provocare è legittimo, giovanile e sacrosanto. Usare sempre il corpo femminile ignudo, forse meno. Da questo punto di vista, l’operazione dello svizzero Urs Fisher per la sua personale a Venezia (una modella nuda seduta o sdraiata o in piedi su un divano cui tutt’intonro girano le opere di Fisher) non trova il mio plauso. Il mercato delle donne nude non dovrebbe essere altro rispetto all’arte?
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Ritornello – una specie di continuazione
A Maurizio.
1
Me lo dici e me lo ripeti
me lo dici e me lo ripeti
ogni volta
ogni volta
ogni volta che ci si vede
ogni volta che ci si parla
ogni volta
ogni volta
il nostro amico è morto
il nostro amico è morto
e anche noi moriremo
noi moriremo.
Bisogna vivere. Subito. Adesso.
Bisogna vivere. Subito. Adesso.
La liturgia del ritornello
che scaramantica in te allontana
evidentemente
l’ansia che ci porge oggi la mano
in me ha l’effetto contrario
e la scopre, la ricorda, l’accende,
lei la giocatrice di scacchi
lei l’invincibile
lei che finge falso pudore
inchinandosi graziosa di lato
e ci mostra l’amico nostro, Diego,
che s’alza dal letto, tutto avvolto
nudo nel telo e ancora sorride
in tono minore
di qualche comune cazzata
(tre uomini della nostra esperienza)
(due uomini della nostra esperienza)
Lui che sapeva (e vedeva)
E che ora non c’è, più,
lo so, lo sapevo, lo vedo,
senza che tu lo ripeta
e lei richiude di colpo il sipario
e la mente si annebbia
e lui sparisce di nuovo.
Male. Silenzio.
Me lo dici e me lo ripeti
e tu me lo dici e me lo ripeti
ogni volta
ogni volta
ogni volta che ci si vede
ogni volta che ci si parla
ogni volta
ogni volta
che io voglia o non voglia
il nostro amico è morto
il nostro amico è morto.
2
Rintoccare, rintocco, ripetersi
ripetizione, continuità, pendolo
periodo,
anni di entrate e d’uscite,
mattine, sere,
ogni mattina, ogni sera,
ogni volta
ogni volta
presentarsi all’appello
ogni mattina ed ogni sera,
rintocco, campana, orario, sveglia,
e guardare il male negl’occhi
quello senza nome, l’assurdo
quello che accade, la scommessa di Dio,
quella che il diavolo inventò e
Lui concesse, per la prova,
per metterci alla prova, il male,
quello che ci mangia di dentro
ed ogni mattina
ogni mattina
trovare la calma e la voglia
perduta
per stargli di fronte, di fronte,
e mettergli le mani di dentro
e tirarlo, strapparlo, bruciarlo
tagliarlo, tagliare via il pezzo
che tira, che strappa, che brucia,
nella coscienza, nella buona coscienza,
luce e temperatura costante, serra
dove i fiori sappiamo fioriscono,
luce costante che dice
sussurra
ciò che è male e ciò che è bene
ciò che non va e ciò che va
quel che non dovrebbe essere lì
e non solo
pericoloso, pericolo, mortale
non brufolo, non macchia, non polvere
ma cosa che cresce col tempo
e va tolto
subito
subito
prima che cresca
gramigna in giardino
infestante sul prato
pianta che all’ulivo s’avvolge
e lo spreme fino a stoppare
il filare lento dell’olio.
Ogni mattina. Ogni sera.
E se dubbi compaiono
se ciò che si vede non sembra
ciò che dovrebbe
(o non dovrebbe)
cercare certezze, voci, notizie
nel già visto e udito,
chiedere ad altri
leggere, frugare
che questo siam noi
gente legata l’un l’altro
come canestri di paglia.
e al miracolo
noi non si crede se non come
disperazione da animali morenti.
3
Ripetersi ancora e ancora una volta
e ancora chiedere e richiedere ancora
se la vita sia questa
se questo sia quanto è buono e giusto
e dirsi di sì, che tutto va bene
e dormire tranquillo la notte
sereno, tranquillo, disteso,
tra moglie, figlio e parenti
per poi d’un tratto scartare
nel sonno
sfuggire, scappare, emigrare,
spiaggia, vacanza, dormire
e svegliarsi, di notte
e aspettare
fino a che la vasca si svuoti e l’acqua
pian piano defluisca di sotto pian piano.
4
Ripetere e ripetere ancora
ripetersi che a tutto c’è un senso
e il non senso è già di per sé
la risposta, animale ferito
che si posa al riparo ed aspetta
di tornare a volare fino a che l’ala
non sia salva, fino a che la forza
non torni, fino al punto che noi
torniamo ad essere noi senza incertezze
nella luce e temperature costanti
che nelle serre permette ai fiori
fiorire, sapendo, di nuovo,
ciò che è male e ciò che è bene,
di nuovo, ancora, ripetersi,
ciclo vitale, ritorno senza speranza,
eterno (per me) rintocco di raggio
di sole che apre giornata
all’imbarazzante bellezza
d’un cielo compatto e denso e luminoso
viso senza rughe né ombre
ragazza che ride e con altre si stringe.
5
E me lo dici e me lo ripeti
ed io vedendo le immagini
scorrere di morti e defunti
mi chiedo se tu non abbia
clamorosamente
ragione
che non c’è modo o maniera
per credere che d’ognuno sia mantenuta
la traccia
che esista posto o maniera
per contenere ognuno di noi
nel prima e nel dopo
in coloro che vennero e che verranno
e ciò nonostante
aggrapparmi
stringendo con forza il nodo che taglia
e resistendo così all’attrazione terrestre
che della leggerezza mia fa
(come è evidente)
peso.
Tonino Guerra
Avrò avuto trentanni quando mi imbattei per la prima volta in Tonino Guerra.
Avevo comprato “Il Miele” e me ne ero innamorato. La potenza evocativa del dialetto romagnolo nel racconto dei due fratelli morti di stenti l’uno vicino all’altro aveva richiamato alla memoria il viso di tanti vecchi intravisti sull’Appennino ligure nelle mie gite infrasettimanali in Vespa.
Bellissimo.
Da allora avevo scoperto e seguito questo grandissimo del nostro panorama letterario, uomo di immaginazione e di praticità infinita. Difficile unire le due cose. Guerra riusciva, come riusciva, soprattutto a far cantare ogni cosa raccontasse.
Ecco un brano da Il Miele:
Pirìn dagli Évi l’à e’ nóm de su por bà
che a la su volta l’éva quèl de nòn,
insòma i Pirin dagli Évi in finés mai
e i féva un mél
ch’l'éva l’udòur dla ménta.
La chèsa a mèza còsta,
la è dalòngh da e’ paàis e da la vala.
Vuìlt a n savói che in Amèrica, in primavéra,
u i è i tréni ch’i pasa tal pianéuri quérti ‘d móil e pésgh
e i pórta i bózz sagli évi
ch’al fa al rufièni da fiòur a fiòur
chè i rèm i n s móv par fè a l’amòur
e i n’aróiva a sguzlè tal campanèli.
Quèst l’è e’ mistir che fa Pirìn in primavéra:
e porta i bózz in ziréun tla campagna
e pu l’aspèta tl’òmbra che i chéul dagli évi,
lòvvi e smanèdi, i mètta incinta i fiéur.
Ecco parchè e’ nas i frótt
se no u n gn’i sarébb nè màili, nè pésghi e iniquèl.
ovvero:
Pierino delle Api ha il nome di suo padre
che a sua volta aveva quello del nonno,
insomma i Pierino delle Api non finiscono mai
e facevano miele
con l’odore della menta.
La casa, a mezza costa,
è lontana dal paese e dalla valle.
Voi non sapete che in America, a primavera,
ci sono i treni che passano nelle pianure di meli e peschi
e portano le arnie delle api
che fanno da ruffiane da fiore a fiore
perché i rami non si muovono per fare all’amore
e non arrivano a sgocciolare dentro le campanule.
Questo è il mestiere che fa Pierino in primavera:
porta le arnie in giro nelle campagne
e poi aspetta all’ombra che i culi delle api,
golose e impazienti, ingravidino i fiori.
Ecco perché nascono i frutti, altrimenti
non ci sarebbero né mele, né pesche, più niente.






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