Paul Klee e il colore: una citazione
Es dringt so tief und mild in mich hinein, ich fuhle das und werde so sicher, ohne Fleiss. Die Farbe hat mich. Ich brauche nicht nach ihr zu haschen. Sie hat mich fur immer, ich weisse das. Das ist der glucklichen Stunde Sinn: ich und die Farbe sind eins. Ich ben Maler. P. Klee 1914
Un senso di conforto penetra profondo in me, mi sento sicuro, non provo stanchezza. Il colore mi possiede. Non ho bisogno di tentare di afferrarlo. Mi possiede per sempre, lo sento. Questo è il senso dell’ora felice: io e il colore siamo tutt’uno. Sono pittore. (traduzione di Alfredo Foelkel – Paul Klee, Diari 1898-1918, il Saggiatore, 1976, seconda edizione)
Trovo nel bel catalogo La vertigine della non-forma questa citazione dei Diari di Klee, citazione che conoscevo in italiano, ma non avevo mai letto in lingua originale. La semplicità della lingua di Klee mi ha colpito. La traduzione della semplice frase “Die Farbe hat mich” in “il colore mi possiede” introduce un senso estatico e mistico che credo il tedesco abbia meno. Il Colore ha Klee. Lo ha per sempre.
Il colore è pittura. I monocromi, bellissimi, per certi versi non sono pittura, in quanto azzeramento, volontario, della dimensione plurale dell’esperienza cromatica.
“Io e il colore siamo una cosa sola”: quale altro manifesto può essere concepito per definire lo status di pittore?
Se potessi avere, quasi una introduzione.
Raccogliere diari significa raccogliere la testimonianza che volontariamente la gente ha lasciato di sé e della propria vita, del proprio periodo storico. Volontariamente è la parola chiave. In quei diari, siano essi prettamente privati, intimi, familiari, o maggiormente “pubblici”, come nel caso di Maria Terzolo e del suo racconto del comportamento della Fiat durante gli anni di guerra (1), c’è il contributo di ognuno alla costruzione di una storia nazionale, alla costruzione della Storia. La Storia, come si sa da Braudel in avanti, è composta dal tessuto sociale di ciascun paese e comunità, tessuto che questi brevi estratti descrivono bene.
E a ben pensarci l’atto di volontà è duplice. Esso è, infatti, innanzi tutto di chi il diario ha redatto e ha trasmesso ai propri familiari e di chi, in seguito (nella maggior parte dei casi i familiari stessi) quei diari ha trasmesso all’Archivio Diaristico Nazionale.
E ancora una volta, a ben pensarci, oltre alla volontà meritoria dell’Archivio e del suo fondatore, Saverio Tutino, c’è l’ulteriore volontà di chi, come Diego Pastorino, Manuela Tagliani, Bettina Piccinelli, Natalia Cangi e Loretta Veri, questi diari e questi estratti hanno scelto e non altri. Tutto questo per significare come, se è vero che la Storia siamo noi, come diceva la canzone, è altrettanto vero che perché questo sia vero, perché si avveri, bisogna lavorare e darsi pubblicamente, scrivere, leggere, scegliere, darsi, nella convinzione, non egocentrica o esibizionistica, che quanto facciamo, almeno parte di quanto facciamo, abbia o possa avere un valore anche per gli altri, per chi ci segue e ci accompagna, ma anche per coloro che verranno dopo, anche molto dopo, come noi.
L’Italia che così viene tratteggiata è una Italia sempre fortemente connotata da ciò che oggi chiameremmo e chiamiamo servizi. Ce lo hanno insegnato fin dalle elementari: l’Italia senza risorse naturali, tutta commercio e traffici. L’arte di arrangiarsi, l’arte dell’innovazione, la nostra curiosità, la nostra intelligenza vengono da lì. Commercianti, militari, maestre, studenti, dipendenti pubblici sono la stragrande maggioranza dei protagonisti di questo libro, fin da subito, fin dal capitolo iniziale, quello dal titolo Denaro d’altri tempi, e questa prevalenza rimane tale in tutti i capitoli, anche in quelli in cui, come Ricostruzione e Boom, ci si sarebbe aspettati più industria che commercio. La differenza sta che mentre nei primi capitoli questi cosiddetti servizi sono a prevalenza pubblica, più si avanza verso di noi e più essi diventano “privati”. Qui riecheggia l’analisi storica del Gerschenkron, quando annotava e dimostrava come all’inizio dell’Europa, quando c’era da colmare il divario con l’Inghilterra, lo Stato, gli Stati si fossero presi carico di questo compito, con lavori pubblici e la creazione di una burocrazia statale (a fronte di debiti) (2), tanto che anche qui le storie di militari di carriera e delle maestre si trovano solo o soprattutto nei primi due capitoli, quasi a contrassegnarne la significatività in quell’epoca lontana e non in altre.
Quindi questa è l’Italia. Trentotto storie di italiani e del loro denaro, o, meglio, spesso, quasi sempre, del loro denaro che non c’è e che se, al contrario ci fosse, potrebbe e potrebbe e potrebbe ancora. Potrebbe permettere una vita più agiata. Potrebbe permettere l’acquisto di qualche cosa a lungo desiderata. Potrebbe saldare i debiti e togliere angosce. Il denaro è quindi qui un mezzo. Difficilmente viene descritto in queste pagine come “salvadanaio”, come “deposito di valore”, a volte, a tratti come vincolo sociale, come vincolo di relazione, come obbligo verso gli altri, i debiti, le promesse (3), ma quasi sempre, se non sempre, come “ponte”, come “strumento”, come ciò che permette di raggiungere ciò che si vuole o di passare da una situazione ad un’altra, da una condizione di vita ad una altra e migliore.
Ed è per questo tramite, questo strumento, questo ponte (la nostra tanto derisa Liretta), che questi uomini e queste donne, i nostri nonni e i nostri genitori hanno costruito la nostra Italia attuale. E in questi racconti a tratti se ne scoprono, insieme ai pregi, anche difetti ancora attuali, in primo luogo una economia che mentre avanzava e cresceva e diventava incredibilmente florida, specie se confrontata con le sue origini, lasciava indietro la cultura e la pratica del diritto, della legge, dei tribunali, tanto che il povero rappresentante Bruno Bonifacio nel 1958 è senza una lira, pieno a sua volta di debiti per l’affitto e i ristoranti, ma non riesce a farsi pagare crediti per un lavoro svolto quattro anni prima e non si rivolge alla magistratura, ai giudici, ma insegue fisicamente i propri debitori. Evidentemente le lungaggini e la sfiducia nei poteri della magistratura hanno radici profonde.
Un libro, quindi, fatto di piccolezze, aneddoti, ma anche grandi cose, che seguendo in filigrana e con diligenza la nostra storia recente ce ne illumina la trama più costante: l’attenzione, la cura, la capacità di risparmio, qualità che al pari dell’inventiva e del gusto artistico hanno fatto l’Italia che conosciamo.
Detto questo, due parole, sull’idea che sottende a questo lavoro, l’idea di chi, come Diego, Diego Pastorino, il curatore di questo libro, aveva sempre lavorato nella finanza e nella economia dei grandi (grandi imprese, grandi banche) (4), ma nel fondare con alcuni amici un sito dedicato alla finanza e ai mercati (5), non ha dimenticato che il denaro ha una connotazione anche e soprattutto privatistica, da micro economia, una dimensione che abbraccia completamente la vita di tutti noi, di chi ne ha tanto, di denaro, come quello di chi ne ha poco.
La scelta di collaborare con l’Archivio Diaristico Nazionale nasce da qui, nasce dalla volontà di pubblicare testi sul denaro, sui soldi, che ne parlassero a tutto tondo e che quindi unissero alla analisi sui mercati finanziari anche aspetti più comuni o addirittura letterari.
Da questa idea, quindi, più vasta e complessiva, nacque la pubblicazione sulla rete della rubrica settimanale Soldiario e sempre da lì nasce questa iniziativa editoriale, che solo grazie alla voglia e dedizione di Loretta Veri e dell’Archivio, oggi ha trovato questa forma bella forma cartacea.
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(1) La Fiat durante la guerra per sostenere il reddito delle proprie maestranze distribuì tre mensilità di stipendio come anticipo che poi recuperò, al valore nominale, all’epoca del pensionamento.
(2) E oggi il divario verso le economie più efficienti non c’è? E’ l’Italia, è l’Europa il sistema più efficiente? E’ qui la barriera tecnologica?
(3) Si pensi ad Orso Brandolin, promotore finanziario di formazione classica, che sente come un vincolo le promesse fatte ai propri clienti ed integra con soldi propri (e altrui) i rendimenti non realizzati con gli investimenti azionari.
(4) L’esperienza economica di Pastorino si è formata, dopo la laurea in economia politica, negli uffici delle grandi banche internazionali sui mercati obbligazionari statali.
(5) Soldionline.it fondato insieme a Davide Corritore, Andrea Pontini, Adrio De Carolis e Filippo Brioschi.
Se potessi avere
Cari amici vicini e lontani,
Venerdì questo (25/5/2012) alle ore 19 in via San Vittore 49 presenteremo il libro “Se potessi avere”, raccolta di estratti di diari della gente comune dal 1800 ai giorni nostri.
Sono trentotto storie che costituiscono una vera e propria miniera di aneddoti e vera storia e che ci permettono così di conoscere e ricordare, nelle parole dei protagonisti, la storia dei nostri nonni e dei nostri genitori.
Il libro a cura di Diego Pastorino (edizioni Il Mulino) sarà presentato attraverso alcune letture e un breve dibattito condotto dal giornalista Marco Liera, dibattito a cui cercherò di dare il mio modesto contributo.
Al solito se riuscite a venire sarà una bella occasione per vederci e al termine bere un bicchiere di vino insieme.
Berlino
Siamo stati a Berlino quattro giorni.
La città è bella, vivace, grande, piena zeppa di edifici di grandi nomi della archittetura contemporanea, con un paio di grandi musei e parchi e giardini infiniti.
Una città da girare in bicicletta, tempo permettendo. Siamo stati fortunati.
Segnalo per i futuri viandanti, senza un ordine preciso:
il Pergamon, museo delle civiltà classiche, dove sono stati ricostruiti a grandezza naturale un tempio ellenico dal biancore emozionante, la porta di ingresso di un mercato romano ed un tempio assiro;
il Neue con Nefertiti, dalla bellezza incantevole
la Gemaldengalerie, con una raccolta di arte italiana e olandese da stare assolutamente alla pari con National Gallery o il Louvre
la Berlinische Galerie, con una interessante raccolta di arte contemporanea di artisti tedeschi.
Tutti questi musei, in specie quelli dedicati all’arte classica, sono stati concepiti per permettere a chi li visita di rendersi conto della grandezza e della raffinatezza di un tempo. Non solo, quindi, e non tanto capitelli e colonne, resti di fregi o statue originli, ma anche ricostruzioni complete, nelle quali l’originale è dichiarato in quanto tale e il resto è rifatto oggi. Di fronte all’altare di Pergamon si rimane basiti dalla grandiosità dell’impianto.
Devo dire, però, che ciò che mi ha davvero commosso, al limite delle lacrime, è stata la visita del cosiddetto Holocaust Memorial. Leggo che era dal 1988 che i tedeschi si chiedevano se non fosse il caso di erigere un monumento alla memoria degli Ebrei vittime dei nazisti. Alla fine di un lungo percorso di dibattiti e decisioni politiche e gare pubbliche, nel 2001 questa opera ha avuto inizio su progetto di Peter Eisenman. Questa opera è un enorme, grigio, impietoso cimitero di tombe senza nome e senza volto costruito nel centro di Berlino. E’ anche un labirinto, all’interno del quale oggi ragazzi e turisti fingono di perdersi, ma la spianata sterminata delle steli, dei blocchi di granito grigio lascia attoniti e rappresenta in maniera evidente, tattile l’enormità dell’abominio umano.
Guardandola mi sono detto che qui la civiltà occidentale, questa bistrattata civiltà occidentale, ha uno dei propri vertici, vertici di ingegno, di idee, di cultura, di silenzio. Qui non ci sono più tedeschi o non tedeschi, ma solo umanità dolente, conscia dei propri devastanti errori e delle proprie debolezze. Bellissimo. Toccante. Struggente.
Ultimo: se vi fermate qualche sera , fate un salto al ristorante della piccola Maria (Marjellchen, Mommsenstrasse 9). La piccola Maria è una signora di un peso esagerato, gentile, italiano parlante, dalla cucina della germania dell’est, dove davvero abbiamo mangiato molto bene, spendendo il giusto.
ps: a Berlino nelle vetrine dei grandi magazzini potrete anche ammirare manichini femminei di dimensioni “tedesche”.
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Turner e Lorrain
A Londra, presso la National Gallery, si è aperta una mostra dal titolo “Turner Inspired: in the light of Claude”.
Da quel che leggo la mostra si ripromette di pagare il debito che Turner (1775 – 1851) sentiva di avere nei confronti di Lorrain (1600 – 1682), pittore francese, trapiantato a Roma e autore di numerosi paesaggi.
Ora i debiti che ciascuno di noi contrae (o sente di aver contratto) nei confronti dei propri maestri sono una cosa, i debiti effettivi sono un’altra.
Che la luce di Lorrain si ritrovi in Turner è in qualche modo vero, come è vero che la luce di Giorgione e Tiziano (giovane) si ritrova in Lorrain. Alla stessa maniera negli orizzonti del francese si ritrovano a volte alcune luminescenze leonardesche. E allora? Tutti ispirano tutti?
Certamente ciascuno di noi ruba ciò che può, ma se questo è vero, è altrettanto vero che se la natura non fa i salti, come ci insegnavano a scuola e come Darwin in qualche modo ha ribadito, l’arte, la produzione artistica a volte sì. Non spesso, magari, ma a volte sì.
Turner è un esempio di salto. Un bel salto. Un salto di venti o trentanni. Un salto nell’impressionismo puro a partire dal neoclassicismo. Certo la stagione romantica ha aiutato l’idea, la concezione della visione che sottende i quadri, alcuni quadri di Turner, così come la sua passione per l’itinerario e l’abbozzo. Turner era un grande viaggiatore (specie in Italia) e durante questi trasferimenti prendeva continuamente appunti, schizzava, dipingeva anche. Il cogliere il momento è certo a fondamento della sua arte e dell’arte impressionista.
Cosa c’entra questo con Lorrain? Poco o punto, mi pare, anche se l’accostamento di alcuni quadri e la devozione che Turner espresse spesso nei confronti delle opere del francesce hanno giustificato e giustificano questo accostamento.
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Una storia
Girando per il Fuori Salone di Milano o vedendo filmati sulla rete o installazioni o mostre mi viene spontanea una domanda: ma esiste ancora una storia? l’arte di narrare è specialistica della letteratura (romanzi) e del cinema? tutti gli altri hanno rinunciato da tempo?
In pittura per secoli si sono raccontate “storie”, anche solo, volendo, in paesaggi e ritratti, visi e campagna, ma storie, sguardi dietro ai quali c’era più che un disincanto e una ironia nei confronti del mondo. Oggi questo c’è? Dove?
Sembra che le storie si siano frammentate, che tutto sia esploso in piccoli pezzi, che, come nei piatti di Schnabel, vengono ricomposti a fatica e solo da lontano possono, forse, significare qualcosa.
Possiamo vivere senza un sentimento e un ricordo e un progetto di storia?
In pittura certamente sì, ma, di nuovo, come già mi chiesi tempo fa, rinunciare a questo aspetto della pittura non significa amputarsi un braccio, abortire una possibilità, troncare germogli?
La fiaba dell’Iran cucinata con un pollo alle prugne.
Altro film, altro regalo.
Il “Pollo alle prugne” racconta la storia di un grande violinista iraniano, Nasser Alì, che un bel giorno decide di morire. Il suo violino è rotto e nessun altro violino potrà mai sostituirlo e dato che per un violinista suonare è vivere, l’impossibilità di suonare equivale alla decisione di morire.
Per questo il protagonista (cui non giova per noi italiani una rassomiglianza marcata con Giovanni del celeberrimo trio) si mette a letto, smette di mangiare e attende la morte.
Nell’attesa rivive la propria esistenza e noi con lui, lui che ventanni prima aveva incontrato la donna della sua vita, Irane (pronunciato Iran) e l’aveva dovuta lasciare per rispetto alla volontà familiare. Conoscendola aveva imparato a suonare, riuscendo ad estrarre dal violino, da quel violino, la musica dell’anima, la sua musica, la sua anima.
Ecco perché deve morire.
Il film è poetico e surreale, ironico e distaccato, allegro e triste, paralizzato nella espressione costante e fessa e disperata del protagonista, ma al contempo pieno di raffinati ritratti minori e di una soffusa aria di grazia.
Tutto questo è così ben congegnato e realizzato che le evidenti allegorie politiche passano inosservate e tornano dopo, a visione compiuta, più come dubbi e domande che come certezze.
La musica di Teheran si è persa? Irane mandata in sposa ad un militare dal padre bottegaio è l’Iran che noi conosciamo?
Forse. Quel che più resta è il dramma umano di un matrimonio che non si doveva fare e che invece per la testardaggine di alcuni e la insipienza di altri si è fatto, col risultato che alla fine la musica si è rotta e tutto, con un sorriso, è scomparso.
Uscendo mi sono chiesto se non sia comune a molti giunti nel mezzo (o qualcosina di più) del cammin di propria vita rimpiangere, come citava qualcuno, la rosa che non colsi e più precisamente quell’amore giovanile travolgente che avrebbe potuto tutto cambiare. Tutti hanno una Irane da rimpiangere? E’ la giovinezza stessa? E’ la forza di carattere che alle volte è mancata?
Non so. Nasser Alì non potendo più suonare muore. Onore ed idea di sé, rimpianto e insopportabilità del presente si uniscono e ne decretano la sentenza. Speriamo un giorno Teheran torni a suonare.
ps: si segnala che Isabella Rossellini nel ruolo della madre di Nasser Alì non fa venire voglia di alzarsi e andarsene. Mi sembra un ottimo risultato.
Cesare deve morire?
Omaggio al neorealismo ? Evidente, certo, sì, il film dei fratelli Taviani è girato in carcere, Rebibbia, dove per l’educazione e lo svago dei carcerati si studia e si recita il Giulio Cesare di Shakespeare, o, per lo meno, una sua sintesi filmica.
Il risultato, come sempre capita quando si spolvera e si lucida per benino il testo del sommo, è fantastico. Ricordo che un risultato analogo lo ottenne Kenneth Brannagh, non tanto con l’elefantiaco Hamlet, quanto con lo scioccante “Nel bel mezzo di un gelido inverno” del 1995, dove viene recitata una sintesi shackerata dell’Amleto che lascia senza fiato per ritmo e forza scenica.
Qui lo stesso, anche se ovvio il ritmo è molto meno sincopato. Shakespeare è pulito, terso, fragrante e calvalcandolo con rigore i fratelli Taviani, in un bianco e nero degno dell’Otello di Welles, indagano nel cuore dei carcerati, senza alcuno sconto sulla vita carceraria o su storie di contorno (come invece accadeva nel bello, ma meno intenso “Tutta colpa di Giuda” di Ferrario del 2009), e alla fine emergono con un film forte, denso, pieno.
Se non ci cercano solo storie divertenti, edificanti, o non si intende il cinema solo come evasione da luna park, questo è un signor film. Chapeau.
E’ l’artista che fa spettacolo?
Molto interessanti le pagine 22 e 23 de “La Lettura”, inserto domenicale del Corrierone nazionale.
A pagina 22 Vincenzo Trione si chiede (e si risponde) se abbia senso tutta questa enfasi sulla vita privata di un artista. A pagina 23 Arthur C. Danto ci fornisce un resoconto della sua visione del documentario “The Artist is present” di e con Marina Abramovic.
Il punto chiave del bell’articolo di Trione (che consiglio a tutti, ma soprattutto a coloro i quali desiderano avere un elenco esaustivo su tutti i film realizzati sulle vite di vari artisti di ogni tempo) è quando si chiede: “ma il privato è tanto importante? E’ giusto fermarsi alla narrazione degli amori, delle delusioni, degli slanci, dei tradimenti? Quanto contano il tenore di vita, la provenienza sociale, il modo di parlare e di vestire, i gusti sessuali, le idee politiche? E’ corretto trattare Picasso come Jim Morrison o Dalì come Jimi Hendrix? Tornano alla memoria le parole di William Gaddis: “Che cosa vogliono dall’uomo che non abbiano già ottenuto dall’opera? (…) Cosa rimane quando l’opera è terminata, che cosa è un artista se non le briciole del suo lavoro?” Ecco il punto.”
E si risponde, Trione, giustamente, quando qualche riga più sotto dice: “Più affascinante scrutare gli artefici cui quel pittore ricorre per dipingere, come dispone gli elementi della composizione, gli sforzi che fa per rendere ‘naturali’ i suoi gesti difficili. Per arrivare a capire che l’artista non è un genio la cui mano è guidata da una musa nascosta, ma un sublime operaio, dedito ad un esercizio quotidiano, animato da consapevolezza tecnica, lontano dalle improvvisazioni, sorretto da calcolo, studio, meditazione. Ragiona solo con gli strumenti propri del suo mestiere. Si concentra sulla materia prima della sua avventura, la forma. Pensa ogni sua ‘architettura’ come un ingranaggio che deve funzionare. Sa di essere un ‘errore biologico’ rispetto all’opera che realizzerà. E che gli sopravviverà.”
Come non sottoscrivere completamente senza ‘a’ né ‘ba’? Magari i paragoni Picasso Morison o Dalì Hendrix io li avrei evitati. I due musicisti sono stati a loro modo geniali e non si capisce perché un artista-musicista o artista-attore non debba avere diritto ad una propria privacy completa (se lo voglia) (ma il problema è che spesso queste categorie di artisti sono molto e molto narcise, qualità, per così dire, che con il fare artistico c’entra come i famosi cavoli a merenda).
Quando l’artista si sovrappone alla propria opera, a mio modo di vedere, c’è un problema. Un problema di illuminazione, mi verrebbe da dire. Cosa è illuminato? Cosa si vede? Cosa l’artista vuol far vedere? Se la propria vita, allora questo significa che lui/lei per primo non crede alla propria opera?
In ogni caso, leggendo Trione ripensavo a quando con amici pittori, nel giudicare vicendevolmente le proprie opere, si parlava di “opere che stanno” e “opere che non stanno”. Quelle che “stanno” sono quelle finite, che vivono senza bisogno di aiuti da parte di chi le ha create. Vivono. Stanno. Altre, quelle non riuscite, non stanno, hanno bisogno ancora di chi non le ha finite, sono quelle nelle quali la mano dell’artista si vede troppo, troppo visibilmente, troppo.
Ma la Abramovic è un’artista o una narcisa? Le sue opere stanno? Arthur Danto ci racconta che una delle preoccupazioni maggiori della Abramovic è quella di pensare performance che possano (e debbano) essere realizzate da altri. Scenografia, regia teatrale, architettura si fondono, è evidente. Peccato che poi, però, da quel poco che so, lei, la Marina più famosa dell’arte contemporanea e non, debba sempre esserci, spesso nuda o discinta, spesso corpo esposto.
Il suo discorso è il discorso della dignità dell’artista? Io sono? E’ il discorso dell’opera e del suo rapporto con chi la guarda?
A queste domande non so rispondere. Certo leggere il pezzo del signor Danto fa, a tratti, irritare la pelle. Quando si legge che ” Quei mobili banali – due sedie e un tavolo – erano pervasi da un carisma, un’aura, una sorta di trasfigurazione”, embé mi si permetterà scatta un irrefrenabile istinto all’insulto.
Non è vero che tutto ciò che un artista tocca diventa arte. Tutt’al più, come il povero Manzoni insegna, diventa operazione culturale, provocazione, lampo di genio, ma non per questo arte.
Farsi ‘opera’, lasciare che l’opera si incarni in se stessi, rappresentare con la propria vita e i propri gesti pubblici una idea di arte, quasi che questa fosse una religione, un misticismo, è faticosa vocazione che si segue o furbesco mezzuccio per tirare a campare? Cosa rimarrà della Abamovic? Filmati. Bene. De-materializzazione dell’opera. Al passo con i tempi, certo. Ma delle cose, di quelle cose che si toccano e si usano, e si spostano e rallegrano e fanno piangere, al toccarle, al vederle, all’annusarle davvero pensiamo che se ne possa fare a meno?
Provocare è legittimo, giovanile e sacrosanto. Usare sempre il corpo femminile ignudo, forse meno. Da questo punto di vista, l’operazione dello svizzero Urs Fisher per la sua personale a Venezia (una modella nuda seduta o sdraiata o in piedi su un divano cui tutt’intonro girano le opere di Fisher) non trova il mio plauso. Il mercato delle donne nude non dovrebbe essere altro rispetto all’arte?












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