Durante il volo tra Praga e Tel Aviv, Mosè, Italiano e Tiziano discutono del racconto di Franco, l’antiquario.
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Nella quale si dà conto di diverse opinioni di alcuni dei gitanti sul tema del racconto. Aereo in viaggio tra Praga e Tel Aviv. Notte del 12/10.
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Appena seduti in aereo, anche se l’ora tarda avrebbe dovuto consigliare a tutti il sonno, Italiano, Mosè e Tiziano diedero inizio ad una conversazione sul racconto di Franco, l’antiquario, conversazione che presto sfociò in un vero e proprio dibattito.
I tre erano seduti vicini, sul fondo dell’aereo, quasi all’ultima fila. Il ronzio forte dei motori copriva un po’ le loro voci. Di là dal corridoio non c’era seduto nessuno.
E’ in corso alla Triennale di Milano fino al 30 maggio una mostra su Lichtenstein e i suoi rapporti con i classici della pittura.
Lichtenstein, newyorkese del 1923, dipinse fino al 1961 (trentotto anni) ricercando se stesso nell’espressionismo americano, lavorando su temi della storia americana (nel 1958 dipinse una grande opera rieccheggiante Guernica di Picasso sul Trattato con i Sioux del 1851) e della cultura americana. In effetti già sul finire degli anni cinquanta dipinse qualche quadro ispirato a Topolino e Paperino, ma così, senza convinzione, esperimento tra gli esperimenti, quadri tra i quadri, soggetto tra i soggetti.
Poi nell’estate del 1961 la svolta. In vacanza con la famiglia, la figlia, copiò dei fumetti sempre di Paperino e Topolino e di lì la svolta. Quella era la sua pittura, quello era il suo linguaggio.
La pittura in effetti ha molto a che fare con la costruzione di un proprio linguaggio, con l’apprendimento di un proprio linguaggio e se la prima espressione mi rendo conto non sia per nulla paradossale (costruire un proprio linguaggio), la seconda (apprendere un proprio linguaggio) lo è certamente di più. Ma in pittura (e forse anche in letteratura) il proprio linguaggio lo si apprende nello stesso tempo, contemporaneamente, contestualmente al suo forgiarsi, alla sua creazione. E’ come se lo si sgrossasse. Se dapprima uscissero suoni storpiati, mal pronunciati, di una lingua appresa da piccoli, mentre mamma e papà parlavano tra loro in yiddish o in sardo per poi rivolgersi al bimbo nella lingua nazionale, italiano o inglese che sia.
Il proprio linguaggio, la costruzione del proprio linguaggio è così: è uno scavare, un pulire, un riportare alla superficie, una ricerca della armonia interna del linguaggio stesso, della sua coerenza, delle sue eccezioni.
Lichtenstein mi pare abbia fatto questo e se questo è vero il suo continuo rapportarsi agli altri linguaggi pittorici precedenti somiglia molto all’opera di quei poeti che si innamorano di colleghi di altre età e culture e li traducono nella propria lingua.
Certamente ha a che fare anche con la sottile ispirazione esistenziale che mi pare caratterizzò sempre l’artista di New York. Sottigliezza che non significa che i temi del dolore, del pianto, della crisi umana, dell’amore siano assenti in lui, ma sono sottili, trattati sottilmente, con leggerezza, leggerezza che, ricordo, Calvino diceva essere una qualità del nostro secolo che avrebbe dovuto essere esportata nel nuovo secolo, in contrapposizione evidente alla pesantezza delle ideologie di metà novecento con tutto il carico dei loro orrori.
Lichtenstein fa del fumetto in pittura il suo linguaggio. Individua in questo la vera cultura americana, così come Wahrol la individuò nella pubblicità e nelle scatolette e qualcun altro nella bandiera, e la storia, la nostra storia recente con l’invasione di fumetti e cartoni animati al cinema e sui nostri computer dice con chiarezza che aveva ragione. Il fumetto, il comics è diventato il linguaggio principale della nostra comunicazione, della comunicazione dei giovani, certo, ma anche nostro, e tutti, protagonisti e non, stiamo forzatamente abbandonando profondità e ombre per essere scattanti e piatte figure. Ma questa è un’altra storia.
D’altronde che la pittura dovesse finire anche lì una volta abbandonata la deriva naturalistica è evidente. Perché lì no? Colori piatti, assenza di ombre e di naturalezza sono tra le principali caratteristiche della pittura del secondo novecento e quindi i fumetti di Roy Lichtenstein ci stanno bene, eccome. Stanno in casa, negli spazi aperti, non rompono, rilassano con i loro gialli e il loro puntinismo di derivazione industriale, ripercorre in questo il comandamento di Matisse su un’arte riposante.
Come tutti i cartografi del suo tempo, Riccardo da Haldigam era fortunato. Questo per il fatto semplice d’ esser nato prima del 1488 – data fondamentale per la geografia, vedremo tra poco il perché. Per questo motivo il mappamondo di Hereford non è sostanzialmente diverso dagli altri mappamondi pre-1488: quello catalano alla Biblioteca Estense di Modena del XV secolo o quello del XII disegnato da Henry, curato di Mayence, o quello del 1100 nel Mappae mundi di K. Miller. Alla base c’è questa idea di una cosmologia…….
Foglio bianco. Tela. Sul foglio bianco o sulla tela si riproduce quello che si è studiato, a lungo, a fondo, più volte, visto e rivisto, disegnato e ridisegnato, su quaderni, su appunti, quello che si è pensato e ripensato, sognato e risognato.
Si disegna, si riproduce, si cancella, si aggiusta, ….
Stasera sono stato allo Spazio Tadini. La mia amica Anita, cantante e co-fondatrice dell’associazione musicale Musicapelle, me ne aveva parlato e me ne aveva decantato la bellezza.
L’occasione è stata, per l’appunto, il concerto per il giorno della memoria, spettacolo di testi, musica e canto, con Anita stessa, Anita Dordoni, soprano, l’attrice Giulia Cailotto e i musicisti Massimo Laura, chitarra, e Nicola Zuccalà, clarinetto.
Lo spettacolo è stato toccante, davvero. Della musica e del canto non parlo. Ho detto: Anita, la cantante, è mia cara amica e il mio giudizio, peraltro inesperto, potrebbe essere tacciato di partigianeria, anche se a me è parso che la sua voce, la voce di Anita abbia toccato punte drammatiche notevoli. Quel che voglio , però, segnalare sono i testi. Scelti tra i diari di sopravvissute (o no) ai campi di sterminio, sono stati di immediata bellezza. Li aveva trovati, insieme ad Anita, Diego Pastorino, il mio amico Diego, recentemente scomparso, e quindi per me l’occasione era di quelle da non perdere per ragioni, come dire, squisitamente personali, ma, ma lo spettacolo è stato davvero emozionante, ripeto, per la qualità dei testi di cui si è data lettura.
Varrebbe la pena portarlo nelle scuole, ma questa è un’altra storia, di cui non si vuole parlare.
Ciò di cui si vuole dire, invece, è che la bellezza riferitami dello Spazio Tadini è stata tutta toccata con mano. Ex tipografia, lo spazio è davvero “uno spazio” (grande, bello) di cultura e pittura, che fa onore alla memoria del grande Tadini (poeta e pittore di ironia, cultura e colore infinito) grande, luminosissimo di giorno, immagino, aperto come è in alto da una vetri ex-industriali, pieno di bei quadri dei pittori Ossola e Pietrogrande.
Ossola è davvero sorprendente. Per uno come Ossola, settantaquattrenne, passato attraverso l’informale più rigoroso, attraverso, quindi, quella che lui stesso chiama la pittura della memoria, arrivare alla sua bella età ad una pittura tutta figurativa, ma non solo, fatta di una luce tersa, precisa, immortale, luce che fotografa luoghi di relitti industriali è davvero segno di giovinezza inventiva fuori dal comune.
Le stanze di Ossola sono luoghi nei quali l’umanità è scomparsa, si è dissolta, sparita, emigrata forse, ma certamente non presente, assente, eppure ancora lì, lì, nei ricordi delle cose, negli oggetti, nelle cianfrusaglie abbandonate.
Sorprendente. Tanto per capirsi, appena entrati nella grande sala sulla parete alla propria destra sta “vuoto esterno”, olio su tela di 150×150, 1970, di sapore informale e, per certi versi, spaziale. Tutto intorno e prima e sotto disegno di quell’epoca che si interrogano sul “perché gli oggetti abbiano la tendenza divenire simboli”. Poi ancora e tante tele come “Luce radente” o “Riflessi” del 2002 nelle quali il figurativo si fa denuncia di quello che Ossola chiama “il rifiuto”, l’immondizia, lo scarto, descrizione minuziosa di spazi, in una luce tutta nordica che richiama Rembrandt o Vermeer. Di Rembrandt e Vermeer, però, di quella epoca classica e felice (pittoricamente parlando, ché politicamente te la raccomando) è rimasta solo la luce. Il resto è maceria.
Sotto è ospitata una mostra di Lorenzo Pietrogrande, pittore di oche e di paesaggi, urbani e non. Per ragioni esclusivamente localistiche mi ha colpito un Tigullio (non quello riportato qui sotto – un altro, di cui non ho trovato l’immagine in rete) preso dalle colline dietro Zoagli o San Lorenzo, fatto di colori americani decisi, blu e verde intenso e là, nel mare, l’ombra bianca di quell’orribile tre alberi che qualche Club Mediteranee mandava a soggiornare davanti a Portofino. Bello, dico, di intensità coloristica non comune.
Eppoi un segno elegante che tratteggia oche e bagnanti e bagnanti oche in chiara ironia e sarcasmo per un mondo nel quale la stupidità ormai dilaga.
Belle tutte due. Merita il viaggio.
Spazio Tadini, via Jommelli 24 Milano (zona via Porpora)