Giulio Turcato

Qualche mese fa passeggiando in pausa pranzo mi è capitato tra le mani il libro di Flaminio Gualdoni dal titolo “Giulio Turcato”  Silvana Editoriale. E’ un libro del 2001 che raccoglie i quadri di Turcato di tre collezioni (Narciso Bonato, Paola De Angelis e Stephanie Ousler) e pubblica una ampia raccolta dei testi dell’artista mantovano di nascita e veneziano di elezione.

C’è anche una raccolta di testi critici di Emilio Villa.

Turcato è, come noto, uno dei maestri della pittura italiana del dopo guerra.

Partito da una pittura a carattere sociale, più Leger che Picasso, se ne è liberato presto approdando ad una visione della pittura leggera, elegante, raffinata, di chiara origine matissiana, ma che non ha mai perso occasione per confrontarsi e scontrarsi e darsi con ogni fremito vitale dell’arte del dopoguerra. Ecco quindi lo spazialismo. Ecco i monocromi. Ecco le composizioni alla Rothko. Ma tutti sono rimasti in qualche maniera Turcato.

In particolare i suoi quadri sono sempre stupefacenti per la grazia del colore e per l’eleganza e l’intelligenza pittorica messa in campo.

Come dicevo, attratto da tutto ciò che era nuovo, ne ha sempre dato una interpretazione personale e se nerbo, potenza, forza gli erano assenti, in lui invece abbondavano inventiva, sensibilità, attenzione, cura.

Bellissimi i collage degli anni settanta, per esempio, quando sulla tela insieme all’olio steso con pazienza e precisione univa carte colorate a formare danze  di leggerezza viennese.  La sua pittura si muove nella esplorazione continua delle possibilità del colore, unita ad una sensibilità per tutte le forme della calligrafia. Il segno in lui, infatti, è graffio, scivolamento di mano, segnale, più che segno, che una attività segnica è possibile, è data, esiste, a dispetto del colore e dentro il colore. Noi siamo un nulla all’interno del flusso della vita, sembrano dire spesso i suoi quadri. Un nulla che apparentemente ha molto da dire, significa molto e richiama ombre, corpi, apparizioni, oppure scritte, ideogrammi, segnali. Apparentemente, però, dato che il senso del segno sta solo nell’esserci, nell’essere segno, nel mostrarsi per poi scomparire travolto dai rossi e dai gialli.

Lo spazialismo di Turcato, quindi, si volge in breve in calligrafia orientale, in fascinazione di ritmo, di danza, che occhieggia, guarda, prepara il leggero decorso del colore. Se Licini aveva ragione nel dire che il colore è sentimento e il segno ratione, allora Turcato era tutto sentire, guardare, osservare e riprodurre con fantasia infinita le infinite combinazioni del caleidoscopio.

Questa lezione, la lezione di un colore che può vivere d’esso solo, senza incombere, senza opprimere come spesso capita con coloro i quali hanno prediletto e prediligono la monocronia, ma formando sinfonie, sonate, concerti di colori, ecco, questa è la lezione che il maestro Turcato più di ogni altro è riuscito a mostrarci.

Significato in pittura

Ogni nostra azione o inazione ha necessariamente un significato. E’ soggetta ad interpretazioni, commenti, supposizioni.  I piccoli gesti così come le azioni più complesse e durature nel tempo.

Se questo è vero a che scopo rinunciare a……..

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Telemaco Signorini

Della mostra a Padova qualcosa ho già detto. Dato l’interesse che mi pare avere colto su questo tema ho deciso di pubblicare un estratto/elenco di alcune delle opere presenti, così come l’ho trovato in rete.

Eccolo:

TELEMACO SIGNORINI E LA PITTURA IN EUROPA – Padova, Palazzo Zabarella
19 settembre 2009 – 31 gennaio 2010

Le sezioni

Giovanni Signorini e la fortuna delle vedute di Firenze nel collezionismo internazionale

Alcune delle opere presenti in questa sezione sono:

Giovanni Signorini, Veduta dell’Arno da Ponte Vecchio, 1846 – Olio su tela, cm. 56×89 -Viareggio, Collezione privata

Giovanni Signorini, Veduta di Firenze, 1856 -Olio su tela, cm. 100×135 -Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Giovanni Signorini, Piazza Santa Croce a Firenze, 1850ca. – Olio su cartone, cm. 25×51 – Collezione privata

Giovanni Signorini, I fuochi d’artificio sul Ponte alla Carraia per la festa di San Giovanni, 1845ca. – Olio su tela, cm. 57×88 – Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Le prime esperienze della macchia: 1855-1867

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Portici a Venezia, 1856-1857 – Olio su cartone, cm. 37×24 – Collezione privata

Alexandre-Gabriel Decamps, Intérieur de cour rustique à Fontainebleau – Olio su tavola, cm. 78×56,5 – Parigi, Museo d’Orsay, legs d’Alfred Chauchard, 1909

Telemaco Signorini, Il quartiere degli Israeliti a Venezia, 1860-1861 – Olio su tela – Collezione privata

Telemaco Signorini, Il merciaio di La Spezia, 1859 – Olio su tela, cm. 73,5×64 – Collezione privata

Telemaco Signorini, Asinello poppante, 1860ca. – Olio su tela, cm. 52×44,5 – Piacenza, Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi

Constant Troyon, Road in a Wood, Olio, cm. 49×38 – San Pietroburgo, The State Hermitage Museum

Telemaco Signorini, Acquaiola a La Spezia, 1861-1862 – Olio su tela, cm. 60×118 – Collezione privata, courtesy  Enrico Gallerie d’Arte, Milano

Il confronto con i francesi: la pittura di luce sulle rive dell’Arno e dell’Affrico

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Il ponte sull’Affrico a Piagentina, 1863-1864 – Olio su tela, cm. 24×30 – Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Telemaco Signorini, La raccolta delle olive, 1862-1863 – Olio su tela, cm. 51,3×36,2 – Pinacoteca Provinciale di Bari, Collezione Grieco

J.B. Camille Corot, Landscape with a Lake, 1860-1873 – Olio su tela , cm. 53×65.5 – San Pietroburgo, The Hermitage Museum

Telemaco Signorini, Sulle rive dell’Arno, 1863-1865 – Olio su cartone, cm. 19×33 – Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Theodore Rousseau, Landscape with a Bridge, Olio su tavola , cm. 28×36 – San Pietroburgo, The Hermitage Museum

Telemaco Signorini, Il quercione alle cascine, 1862-66 – Olio su cartone, cm.35.5×45.5 Collezione privata

Nel segno di Courbet: L’alzaia .1864

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, L’alzaia, 1864 – Olio su tela, cm. 58,4×173,2 -Collezione privata

Edgar Degas, L’absinthe, 1875-1876 – Olio su tela, cm. 92×68  – Parigi, Museo d’Orsay

Telemaco Signorini, La mattina di primavera (Il muro bianco), 1867 – Olio su tela, cm. 27×56 -Collezione privata

Telemaco Signorini, Un giorno di vento, 1868 – Olio su tela, cm. 51×19,7 – GAM, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino

Figure in un interno 1867-1870

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

James Tissot, La figlia del capitano, 1873 – Olio su tela, cm. 72,4×104,8 – Southampton City Art Gallery

Telemaco Signorini, Aspettando (Nello studio), 1867 – Olio su tela, cm. 119×62 – Collezione privata

Telemaco Signorini, Non potendo aspettare (La lettera), 1867 – Olio su tela, cm. 46×37 Milano, Fondazione Cariplo

Giovanni Boldini, L’amatore delle arti, 1866ca. – Olio su tela, cm. 32×46,8 – Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

Telemaco Signorini, Interno di studio, 1868 – Olio su tela, cm. 45×28 – Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

Telemaco Signorini, Lezione di piano, 1865-1870 – Olio su tela, cm. 18×22 -Collezione privata

Nuove riflessioni sul paesaggio: 1868-1875

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Un mattino sull’Arno (Renaioli sull’Arno), 1865-1868 – Olio su tela, cm. 40×60 -Collezione privata

Telemaco Signorini, Ritorno, 1870ca. Olio su tela, cm. 57×84 Collezione privata

Telemaco Signorini, Campagna senese, 1875ca. Olio su tela, cm. 55×76,5 Collezione privata

Telemaco Signorini, Rendez-vous nel bosco, 1872-73 Olio su tela, cm. 31,2×24 Collezione privata

La nuova veduta urbana tra Firenze ed Edimburgo :1870-1889

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Il sobborgo di Porta Adriana a Ravenna, 1875 Olio su tela, cm. 58×98 Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

Telemaco Signorini, Kirkgate a Leight presso Edimburgo (Leith), 1882 Olio su tela, cm. 45,5×42 Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Giuseppe de Nittis, Una domenica a Londra Olio su tela Collezione privata

Telemaco Signorini, Una via del mercato vecchio di Firenze, 1880-1882 Olio su tela, cm. 176×120 Collezione privata

Telemaco Signorini, Il ghetto a Firenze, 1882 Olio su tela, cm. 95×65 Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna

Telemaco Signorini,  Stradina a Piancastagnaio. Monte Amiata, 1883-86 Olio su tela, cm. 56.5×72.5 Collezione privata

A Settignano: 1884-1899

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Antica fabbrica di pane e paste a Settignano, 1880-1890 – Olio su tela, cm. 36×51 Collezione privata

Telemaco Signorini, Settignano (Impressioni di campagna), 1880-1885 Olio su cartone, cm. 22×34 – Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Telemaco Signorini, Giardino a Settignano, 1883-1890 Olio su cartone, cm. 28×31 Collezione privata

Telemaco Signorini, Mattino di settembre a Settignano (L’osteria dello Scheggi a Settignano), 1892 Olio su tela, cm. 58×64 Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Telemaco Signorini, La ricamatrice Olio su tela, cm. 51×36.5 Collezione privata, courtesy Gallerie Enrico, Milano

Telemaco Signorini, Donna con gerla e cane, 1895 Olio su tela, cm. 59×79 Collezione privata

Pietramala e l’Elba: 1889-1898

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Pascolo a Pietramala, 1889 Olio su tela, cm. 120×175 Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Telemaco Signorini, Sulla terrazza, Olio su tela, cm. 66×56 Collezione privata

Telemaco Signorini, Poggio all’Isola d’Elba, 1888 Olio su tela, cm. 60×111 Feltre, Galleria d’Arte Moderna Carlo Rizzarda

Telemaco Signorini, All’Isola d’Elba, 1890ca. Olio su tela, cm. 58×90 Genova, Raccolta Luigi Frugone

Telemaco Signorini, Poggio all’Isola d’Elba, Olio su tela, cm. 41×27 Collezione privata

Riomaggiore: 1890-1895

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Marina alle Cinque Terre, Olio su cartone, cm. 17×74 Collezione privata

Telemaco Signorini, Piazzetta a Riomaggiore (Chiacchiericci a Riomaggiore), 1892-1894 Olio su tela, cm. 66,5×111,5

Collezione privata

Telemaco Signorini, Riomaggiore, Olio su tela, cm. 35×51 Collezione privata

Telemaco Signorini, Il Rio a Riomaggiore, Olio su tela, cm. 90,5×58,5 Collezione privata

Ritorno alla figura 1885-1898

Alcune delle opera presenti in questa sezione sono:

Telemaco Signorini, Ritratto di giovinetta Olio su tela, cm. 40×48 Collezione privata

Telemaco Signorini, Il ritratto della Nene, 1882-1885ca. Olio su tela, cm. 44×34 Collezione privata

Telemaco Signorini, Bambini colti nel sonno, 1890-1896 Olio su cartone, cm. 49,5×40 Collezione privata

Telemaco Signorini, Il bagno penale a Portoferraio, 1888-1894 Olio su tela, cm. 56×80Firenze, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti

Past Present Future

Unicredit, la banca erede del vecchio Credito Italiano e di molte altre banche italiane e non,  ha deciso di presentare parte della propria collezione d’arte in una mostra itinerante che da Vienna giungerà prossimamente a Verona.

La mostra ha il titolo PastPresentFuture e vuole accostare alcuni dei pezzi storici di una delle collezioni d’arte più importanti d’Europa (nata dalla felice congiunzione tra le collezioni delle varie banche italiane fusesi in Unicredit più le collezioni di Bank Austria e di HypoVereinBank di Monaco) con le opere più attuali aggiunte in questi anni alla collezione stessa.

Ecco così che nascono sei temi o provocazioni, sei domande più che sei risposte, che portano i nomi di “Il Classico”, “Sublime e Pittoresco”, “Metropolis”, “La Geometria”, “Discorso sul Corpo” e “Oggetti del desiderio”.

Gli autori spaziano da Longhi (1791) a Bitzer (2008) in un accostamento a volte curioso e, come dicevo, provocatorio.

Cosa ha a che fare De Chirico, infatti, che teorizzava precisione e cura nella pittura (“mai più di un quadro alla settimana”) con Paolini che rifa il verso al Canova, ma utilizzando per le sue chicchieratrici la plastica, tanto da promettere l’opera in una moltitudine di formati e dimensioni.

Ciò che hanno in comune è un discorso sull’arte, un silenzioso dialogo che si istaura tra le opere e chi visita le sale della mostra, cosicché anche la presenza importante della fotografia fianco a fianco con la pittura si riconduce al tema dell’immagine colta, presa, afferrata piuttosto che scelta, costruita, meditata.

Baselitz è presente con un bel paesaggio, dei suoi, sotto sopra, furbastra invenzione che costringe alla osservazione attenta anche il più distratto dei fruitori d’arte e, nella stessa sezione dedicata al Sublime e al Pittoresco, le fotografie di Axel ricordano il Turner dei ghiacciai e gli impressionisti della nebbia sul Tamigi.

Interessanti i collage di Schwitters, specie quello dal titolo 29/9 del 1924 con l’inserimento del pizzo ricamato, tanto comune oggi in molte opere di artiste contemporanee, così come bella è la Bowl di Tony Cragg del 1981.

Si finisce (o si inizia, a seconda dei gusti) con tanta pittura astratta e geometrica nella sezione per l’appunto dedicata alla Geometria, con Tirelli, Bitzer, Zobenig e Rockenshaub, tutte opere recenti o recentissime, quasi che la pittura oggi debba per forza rifarsi a questo astrattismo geometrico senza significato e forma che non sia decorativismo e colore.

(le opere qui di seguito presentate non sono alla mostra, ma sono esempi di alcuni degli autori presenti alla mostra)

(per vedere i quadri presenti alla mostra se siete dotati di pazienza e del software Flash allora cliccate qui)

Gauguin – settembre

Stupore
è finita? Davvero è finita?
Ma ancora fa caldo e’l ventaglio
certo ancor serve veste leggera
bimba giudiziosa si chiede
e giudiziosa si mostra dietro
là dietro un dio dai fianchi di
donna più sguaiatamente si mostra
e nel silenzio si coglie lo stupore
fanciullo ed il fermo bastone
del tempo ma gl’altri? Gli sguardi incavati?
Quelle son ombre contrappunto
e terrore verderame che avanza
e già contorna il bel viso
presto dal centro dal dietro
dal posto lontano delle cose non nostre
buio e freddo saranno su di noi.

settembre

Resurrezione

Resurrezione è un poemetto in quattro parti. L’ho scritto quando fui giovane, molti anni fa. In qualche modo e per qualche ragione, soggettivamente e non solo, lo trovo ancora attuale, nonostante alcune parti siano indubbiamente datata sia come argomento che come forma.

So solo che dopo averlo scritto, con fatica, lavorandoci per settimane e mesi, per un po’ smisi di scrivere. Avevo finito le cose da dire o avevo finito il fiato per dirle? E’ una domanda che spesso mi tormenta, durante le lunghe pause di inattività.

Comunque, bando alle ciance, vi farò un esempio. Eccolo, dalla quarta parte:

……

ma non giunsi mai oltre il castello
strozzato di Rapallo. Poi il nonno
morì, spossato dalla lunga,
tagliente attesa. Io piansi
come non so più piangere. Così
persi Dio e il nonno insieme.
Li ritrovai ad Amsterdam, negli
impossibili sapori di un
Gauguin: vivere là, nei
colorati angoli
della nostra mente, abbracciati
dal caldo d’un mare, zoppi anche
noi, come chi è stato segnato
dal cielo. Lottare con Dio è
difficile, ma doveroso:
le sue braccia grandi ci affossano
nell’acqua densa d’un fiume, dove gli
occhi e la bocca non servono…….

Ora ve lo ripropongo tutto, se volete. Se volete dovete cliccare qui.

Dorfles Gillo: fatti, fatterelli, fattoidi

Ieri mattina il Corrierone nazionale ha ospitato un lungo pezzo di Gillo Dorfles. Il titolo scelto è stato: l’invasione dei fattoidi.

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Il termine sta a significare e rappresentare, se capisco bene, l’alterazione quale fattore caratterizzante la nostra epoca.

Dice Dorfles che oggi non abbiamo più fatti, ma fatti alterati, fatti che dovrebbero essere fatti e che invece sono anche qualcosa d’altro. Fattoidi appunto, quasi fatti, quasi cose, quasi arte.

L’arte povera, dice lui: delle fascine che vengono presentate come arte, ma invece sono …. delle fascine. Oppure quelle che chaima le strategie simulazionali di Hirst o Koons. (ndr: forse questo mi ha colpito più di ogni altra cosa in questo lungo articolo, e cioé che Dorfles citi, tra gli altri, due artisti da me citati solo poche ore prima)

Fatto sta che Dorfles è fortemente critico nei confronti di questa deriva alterante e auspica un ritorno all’arte arte, alla mano e al pensiero, alla abilità tecnica individuale e di scuola.

Come dargli torto?

C’è un bisogno talmente forte di arte, di belle cose da appendere in casa, di aperture mentali, di provocazioni anche, ma sempre nel senso e nella misura di ciò che pazientemente si costruisce nel tempo, con lo studio, l’applicazione, la dedizione a sé e alla propria visione e idea del mondo.

Perché questa deriva alterante? Perché costa meno e costando meno amplia i margini degli operatori che riescono a sfondare, da chi ha avuto l’ideuzza a l’artigiano che l’ha realizzata. Non c’è scuola nell’arte contemporanea. Un’artista non saprebbe cosa insegnare ad un allievo.

Quando l’opera d’arte è una testa di cavallo in formaldeide appesa al muro, o dei fantocci di bimbi impiccati ad un albero (Cattelan), l’artista, lui, il facitore, ad un potenziale allievo cosa potrebbe insegnare? Arte o filosofia? Arte o sociologia? Lui che probabilmente quei cavalli o quei fantocci non li ha neanche “fatti”, ma solo scelti e comprati o tutt’al più progettati e ordinati a qualche fabbrico / artigiano, cosa: arte o… cosa? Fattoidi, direbbe Dorfles (forse), o artoide diremmo noi cercando di seguirlo.

Bisogna ribellarsi e tornare a fare pittura.

Storie e rivelazioni

Locandina La doppia ora

“La doppia ora” di Giuseppe Capotondi – Italia, 95′ 

La doppia ora, primo lungometraggio di Capotondi, è una storia d’amore travestita da thriller,  incentrata  tra l’ex poliziotto Guido (Filippo Timi) e la cameriera slovena Sonia (Ksenia Rappoport ),  che inizia con una velocità  continua  e un’intensità inaspettata,  fino a quando Guido  muore durante una rapina in villa  dove lavora come guardia. Sonia è un personaggio in ombra, che si muove in uno stato di disorientamento tra sogno e realtà. Guido è un uomo buono, ma deluso. Due  giovani, catturati tra l’amore e il sospetto. Entrambi hanno fluttuanti storie, identità e motivazioni.

Sembra che la scelta del regista si sia diretta verso la forma audace del genere puro, senza particolari pretese metaforiche o dell’autore, ma flirta apertamente con elementi di thriller fino a diventare, a volte, un horror paranormale, un noir psicologico e film poliziesco.
Co-scritto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, la storia si sviluppa ben presto in aspetti molteplici e inaspettati: l’evento chiave della rapina innesca un processo complesso e originale , e la narrazione, con curve e tornanti e continue rivelazioni.

Capotondi, che ha già fatto decine di video musicali e pubblicità televisiva, ha detto che il film il è “una storia d’amore travestita da film di genere”, per il quale ha utilizzato “tutti gli stilemi di un thriller nel raccontare la storia di due persone che non riescono a cogliere la loro seconda chance. C’è la scena  ’horror’ nella vasca da bagno, l’uso di monitor a circuito chiuso, una donna sepolta viva: tutti gli elementi tipici del classico film di genere, che abbiamo comunque utilizzato per indicare un altro storia “.

Cinemagora

Il film è stato presentato  nella selezione ufficiale a Venezia: Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Ksenia RAPPOPORTe  nella sezione Contemporary World Cinema di Toronto.
vedi trailer

David Chipperfield su Repubblica

Il Sig. Chipperfield è un architetto inglese famoso in patria, immagino, come da noi Renzo Piano.

Qualche giorno fa Repubblica ha pubblicato alcuni suoi pensieri,  che mi hanno riflettere. Pur parlando di architettura, in realtà credo abbiamo molto a che fare con l’arte in generale.

Eccole. In grassetto ho segnato i punti che poi ho ripreso.

“Potenza del non finito! Basterebbe guardare la Bank of England di John Soane, nella pittura di Gandy, per comprendere quanto un edificio in corso di costruzione sia tattile, corporoneo, ben più di quanto non lo sia portato a termine.  Le rovine hanno la stessa potenza del non finito, perché conservano qualcosa di autentico. …..

Altra domanda: quale estetica? L’ambizione, allora, non è sottolineare la memoria della distruzione, ma anche raggiungere un ottimo risultato visivo: ridare chiarezza all’edificio. E tale chiarezza passa attraverso l‘autenticità, che per me ha qualcosa di sacro. Per questo non posso fare un facsimile della storia. Però, non voglio neppure rompere con essa. Carlo Scarpa, il maestro italiano che ha restaurato tra l’altro il museo di Castelvecchio a Verona, enfattizzava il contrasto vecchio-nuovo. Io vorrei invece che gli elementi scorressero l’uno sull’altro. Poi,  la ricostruzione dei volumi e delle forme, il rispetto della storia non devono abdicare a una autentica contemporaneità del linguaggio architettonico. Si tratta invece si ricostruire le forme del passato per reiniettare significato, ma senza fingere. E’ una strategia detta del soft repairing…….”

Non finito: il non finito, quando non è fretta, frettolosità, ma una precisa scelta artistica ha una potenza evocativa notevole. Si pensi all’ultimo Tiziano, quando i segni e i contorni si sono fatti sfumati, tentennanti, assenti spesso e poi di nuovo presenti, presentissimi.

tiziano

Le rovine:  proseguendo nella logica del non finito, da un lato, e aprendo la porta ai neo-dadaismi quante rovine sono state usate in arte? Tutta l’arte povera è utilizzo di rovine, di cose che avendo perso, in tutto o in parte, la loro funzionalità hanno mantenuto di sé solo il ricordo, di nuovo, la potenza evocativa. Rispetto al non finito che è sempre progettualità sfumata, sosta, pausa nel processo creativo, le rovine evocano, ricordano, sono miniere di senso e significati. Per certi versi l’uso di inserzioni fotografiche in pittura o di oggettistica varia si riconduce a questa potenzialità, ne richiamana la fisiologia. Da un certo punto di vista i sacchi di Burri sono rovine, gli squali di Hirst, i palloni da basket di Koons sono rovine.

Autentico: quanta finzione e ipocrisia intorno a questo termine, come se autentico in arte (o nella morale, nella politica, in ogni ambito sociale) fosse un concetto capace di produrre qualcosa che non sia sempre e comunque reazione. Autentico è naturale. Autentico è ricerca dei materiali. Autentico è……. Cosa significa autentico? Proprio di se stesso? Essenziale? Vero? Non finto? Ma l’arte e la conoscenza non sono per loro natura un furto? Non è forse vero che noi siamo pigmei seduti sulle spalle di giganti? Non stiamo sempre e comunque rubando la loro altezza, sfruttandola, la loro, non la nostra, e quindi, se così è, cosa significa autentico?

Chiarezza: questo credo sia un valore del nostro tempo, uno di quelli che Calvino avrebbe potuto far rientrare nelle sue famose lezioni americane. Bisogna essere chiari, diretti, puliti. I rimandi e le citazioni devono essere parte di noi, parte essenziale dell’opera, ma senza ammiccamenti o strizzate d’occhio: chiaramente.

Contemporaneità del linguaggio: la parte finale della mia breve citazione di Chipperfield è un programma architettonico che ho l’impressione potrebbe essere assolutamente e completamente, con rigore e senza cambiamenti, essere adottato dalla pittura. Noi per forza siamo tradizione e la nostra forza sta nel reiniettare senso, nel far sì che chi ci ha preceduto porti ancora frutto, attraverso noi, frutto nuovo, diverso, contemporaneo, ma sempre figlio della stessa pianta.

Villa Panza e gli anni settanta e ottanta

Domenica sono andato a vedere la collezione Panza presso la villa del FAI che prende il nome degli ultimi suoi due proprietari, i signori Litta e Panza, per l’appunto.

Il conte Panza, da quel che ho capito, negli anni cinquanta fu spedito dalla famiglia negli States, probabilmente, dico io, a cercare di capire cosa fare della propria vita. Lì iniziò a collezionare quadri e non ha mai finito.

Oggi, abbondantemente in quel che si dice la terza età, è uno dei più importanti collezionisti d’arte del secondo novecento al mondo e sue opere sono prestate e regalate ai maggiori musei d’arte contemporanea, il Guggenheim in primis.

A Villa Litta Panza sono esposte le opere del periodo che sta intorno agli anni settanta, in America, ovviamente.

Opere monocromatiche che esplodono di colore o, al contrario, sommessamente ti chiamano ad essere guardate e osservate a lungo, nonostante la loro apparente inespressività.

Chi ha letto altro qui, sa che non sono un grande fan di questa pittura-pittura, di questo fare pittorico che si spoglia d’ogni altra velleità (dicono loro) ed esprime solo colore e pazienza pittorica, ma, ma quel che ho visto a Villa Panza mi ha fatto vacillare.

Intanto la stesura del colore, la maniacale e ripetuta stesura del colore fa sì che le opere occupino lo spazio in maniera magistrale e, se anche il loro silenzio, la totale e assoluta mancanza d’ogni racconto, visione, osservazione (che non sia il colore stesso) ovviamente rimane tale, esso incredibilmente alla lunga, nella continua sfilata delle stanze e degli ambienti inizia in qualche modo a parlare, a parlare dell’essere, della calma, della concentrazione, della tranquillità che chi fa pittura deve avere, ricevere, donare.

Meno apprezzata da me, ma non da altri, molti altri, l’arte minimalista fatta di neon colorati e di stanze vuote. E’ vero che gli ambienti, illuminati completamente e assolutamente di rosso o di giallo perdono i contorni e trasportano i visitatori in una altra dimensione, ma forse a causa del mio perenne stato critico la fascinazione in me funziona poco e non vedo e non sento altro che neon colorati accesi.

Invece in una stanza in fondo sono rimasto impressionato dalle opere di Graham, artista americano che vive nel Nex Mexico e che ha fatto del ritorno all’essere, alle tradizioni locali indiane e a contraris al budddismo la propria filosofia di vita. Una visita al suo sito comunque è consigliata. Lui in foto sembra un personaggio di Tarantino, ma i suoi quadri, le sue opere esposte alla villa, il blu intenso, la forma circolare, il tondo bianco e scaramantico e le assi sgimbescie messe vicine una all’altra ecco, come dire, valgono il viaggio (come se il resto non lo valesse)

Bello, insomma, merita. Grazie a viniciooo che me l’ha segnalato tempo fa. Grazie.

ps: le immagini qui sotto non vengono tutte da Villa Panza, ma sono comunque tutte di artisti presenti nella esposizione varesina.

ps1: Villa Panza nelle foto sembra un po’ l’ambientazione di Cluedo, ma vi giuro che è decisamente meglio di così.